[#tbt] E se fosse “A Northern Soul” l’album migliore dei Verve?

“Modern, urban, tortured psychedelic soul. A wall of noise, a sea of anguish, a masterpiece. On a hillside somewhere in the distance a man screams his desolation at the sky and curses his birth, overcome with fear that this emptiness may be all he can ever know. This record is his scream”
Nick Southall, Stylus Magazine

Il 20 Giugno 1995 usciva per Hut/Virgin Records “A Northern Soul”, secondo album dei Verve. Sopravvissuto a un delirante tour americano, con il ricovero in ospedale per disidratazione da alcool di Richard Ashcroft e la notte passata in cella da Peter Salisbury alla vigilia del Lollapalooza, il quartetto di Wigan iniziò a registrare nell’autunno del ’94 i nuovi brani in una sala prove – volevano che suonassero oscuri e claustrofobici – per poi trasferirsi ai Loco di Newport insieme al produttore gallese Owen Morris. Tre di queste settimane furono incredibili: Nick McCabe le definì le più belle della sua vita e generarono “la miglior musica mai suonata…da chiunque”. Tuttavia non mancarono incidenti, alimentati da litigi e dall’uso di droghe pesanti. Ashcroft sparì per cinque giorni, Simon Jones ebbe un incidente d’auto, Morris tirò una sedia contro la finestra degli studi durante l’incisione della ballad orchestrale “History”, che narrava la rottura di Ashcroft con la fidanzata dopo sei anni. Per Owen Morris un secondo centro nel genere dopo aver supervisionato “Whatever” degli Oasis, ma la profondità emotiva è quella di un classico soul di Sam Cooke o Otis Redding. L’altro singolo “This Is Music” è l’altra faccia della medaglia, sonorità quasi grunge con la Fender zeppeliniana, in cui si erge la voce rancorosa, “Finding myself used to be hard But now I see the light/If love is a drug Then I don’t need it/I’ve been on the shelf too long Sitting at home in my bed too long“. I versi di Richard erano in bilico tra la vita e la morte, ricordando la scomparsa del padre quando aveva undici anni, e la tempesta rock guidata da Nick McCabe (tra i chitarristi più sottovalutati di sempre, geniale l’idea del wah-wah in distorsione nella title track) rispondeva in pieno a questa urgenza.

Ragazzi figli della working class che esaurito il trip di “A Storm in Heaven” sognavano l’America.
A differenza di gruppi quali Suede e Blur, dalla tradizione estremamente britannica, i nostri si facevano ispirare dai Funkadelic, Neil Young (i potenti accordi in feedback nel giro melodico di “No Knock On My Door”), Gram Parsons e Miles Davis (si ascolti la visionaria “Brainstorm Interlude”). Inoltre sembravano attenti alle nuove tendenze UK, il groove hacienda nelle ritmiche à la Stone Roses ed il trip-hop di scuola Portishead in “Life’s An Ocean”, un invettiva al consumismo (“Imagine the future Woke up with a scream/I was buying some feelings From a vending machine”) dove splende di luce propria il basso di Jones. Rimandi al blues e a certo slow-core in “Drive You Home”, inni da singalong per la Generation X come “A New Decade” e un must dal vivo, “Stormy Clouds”: “A Northern Soul” è per chi scrive il capolavoro dei Verve, il disco dell’equilibrio perfetto tra il cantautore fuori di testa Ashcroft e il quieto sperimentatore McCabe, colui che aveva messo a dura prova i nervi del più sanguigno Morris, perchè non era in grado a suo dire di suonare per due volte di fila la stessa cosa e tuttavia definito il musicista di maggior talento con cui avesse lavorato. L’album salirà fino alla numero tredici delle classifiche ma Richard lascerà la band a settembre prima dell’uscita di “History”; in aprile McCabe si era rotto la mano per un frainteso con la security del Bataclan, poi l’esibizione disastrosa al Glastonbury e infine Ashcroft sfrattato dal suo loft. I Verve si rifaranno con l’esplosione planetaria di “Urban Hymns”, disco più del solo Richard. Eppure il lascito qualitativo di “A Northern Soul” – senza dimenticare le altre canzoni del periodo, da “Muhammad Ali” a “Back On My Feet Again” – resterà un unicum nella storia della musica.

(Matteo Maioli)