CHILDISH GAMBINO, “3.15.20” (RCA, 2020)

L’album più atteso e al tempo stesso inatteso della stagione è arrivato a sorpresa in streaming in un misterioso e minimale sito web (www.donaldgloverpresents.com) nel primo sabato di quarantena: impossibile skippare, impossibile riuscire a distinguere le tracce, impossibile prevedere gli sviluppi di un’operazione promozionale elusiva affine a quell'”Endless” pubblicato da Frank Ocean come ideale prologo di “Blonde”.

Grazie al successo da showrunner di una delle migliori serie di sempre, “Atlanta”, e dell’iconico video di “This Is America” girato da Hiro Murai (se, a tal proposito, non aveste mai avuto modo, sarebbe legittimo chiedervi cosa racconterete di questi anni ai vostri figli e ai vostri nipoti e recuperare tutto al più presto), Donald Glover negli ultimi anni è diventato uno dei personaggi del nostro tempo più influenti e contemporanei. Soprattutto, in un’ottica prettamente musicale, è riuscito a sedurre un pubblico apparentemente distante anni luce dall’immaginario black degli Anni Dieci, come forse solo Kendrick Lamar e Frank Ocean, senza però aver mai realizzato, come loro, un album epocale.

Di recente, sembrava poi intenzionato ad abbandonare il suo progetto Childish Gambino, nome d’arte nato da un generatore di nickname a tema Wu-Tang Clan. Quattordici mixtape e soprattutto tre album usciti a nome Childish Gambino, alcuni interessanti, altri meno, sempre comunque densi e ricchi di riferimenti giusti e attuali. Ne è passato di tempo dall’hip hop eclettico da adepto degli Outkast ma a tratti confuso e velleitario di “Camp” (2011) e da “Because The Internet” (2013) più maturo ma ancora senza una direzione chiara. L’ultimo LP, “Awaken My Love!”, uscito ormai quattro anni l’ha traghettato definitivamente sui più congeniali scenari funk/R&B della tradizione che lega Prince a D’Angelo con un sound blues psichedelico che ha convinto davvero tutti. Infine, mentre “Atlanta” iniziava ad affermarsi come serie di culto, nel 2018 è arrivata la sconvolgente “This Is America”, subito in testa alle classifiche e che comunque non compare nemmeno nel nuovo album.

A una settimana da quelle dodici ore di streaming online, il quarto LP alla fine è uscito su tutti i canali convenzionali, e con distribuzione RCA, ancora con il nome d’arte Childish Gambino, e con una titletrack piuttosto essenziale dove le tracce, fatta eccezione per la seconda e la terza, prendono il titolo dal loro minuto e secondo di inizio, come se fosse un’annotazione manuale accompagnata a un vinile di cui non si conosce sequenza e titolo della traccia. “3.15.20” è il titolo altrettanto essenziale, dalla data della pubblicazione sul sito web, ed è altrettanto essenziale la copertina, completamente bianca. Un peccato se si guarda alle ultime scelte visuali di Glover, ma certamente eventuali video estratti non deluderanno le aspettative.

Il “White Album” di Donald Glover, a prescindere da queste scelte elusive (provare a ricordare i titoli delle canzoni è un’impresa), mette definitivamente a fuoco il talento da popstar e storyteller a 360 gradi dell’artista nato trentasei anni fa in una base militare californiana dell’Air Force americana e cresciuto insieme ai genitori, alla sorella Brianne e al fratello Stephen – suo attuale collaboratore e sceneggiatore di “Atlanta” – a Stone Mountain, sobborgo di seimila anime a netta prevalenza nera a Est della capitale della Georgia, e della trap.

Persino “Feels Like Summer”, unico brano già noto per aver accompagnato le ultime due estati di fan e ascoltatori con le sue impagabili atmosfere da perfetto tramonto lounge sull’Oceano, è ribattezzata “42.26”.

Partendo dalle canzoni corredate di titolo, “Algorhytm” è una torbida trasmutazione industrial-rap di un classico gospel dove è quasi difficile intercettare il classico timbro vocale di un Glover mai così “Yeezus”. Così come in “Time”, che segue, dove la presenza dell’inconfondibile voce di Ariana Grande rende ancora più intrigante e imprevedibile questo funk 3.0 che lascia a bocca aperte per armonie, composizioni e produzione. Non a caso tra i credits compaiono Ludwig_Göransson il suo compositore svedese feticcio di recente premiato agli Oscar e ai Grammy per la soundtrack di Black Panther e un fuoriclasse come DJ Dahi, per intenderci l’uomo dietro “Worst Behaviour” di Drake, hit quali “Money Trees” di Kendrick Lamar, e tante altre produzioni dei vari Vince Staples, Mac Miller, Lupe Fiasco, Freddie Gibs, Tinashe, Big Sean e della la nuova star della trap di Atlanta 21 Savage. Quest’ultimo, peraltro, è l’altro ospite di lusso di “3.15.20”, in un altro brano, “12.38”, unico brano dove Childish Gambino torna a strizzare l’occhio ai trend in una traccia che ondeggia sinuosa tra le sonorità sintetizzate bene da Anderson .Paak e andature trap ipnotiche e sincopate. Il falsetto di Glover dialoga alla perfezione con quella della musicista soul Kadhja Bonetm in un altro dei momenti da possibile colonna sonora della prossima estate.

Frank Ocean ispira Glover nella fragile e introversa libertà espressiva tra funk molto dance e malinconia nu-soul delle due tracce che seguono, “19.10” e “24.19”, contribuendo a far emergere l’anima più intima e privata di Glover, spesso calpestata da quella maschera pubblica così esuberante e istrionica.

I testi toccano temi, immagini e iconografie da messia della porta accanto tipici di Donald Glover, tra denuncia, ricerca di emancipazione e spiritualità biblica, mentre a livello di scrittura musicale il punto di riferimento incontrastato resta Prince (“35.31” e “47.48” che sembra il sequel di “Feels Like Summer”), pur con una voglia di sperimentare e rimescolare le carte mai emersa in passato, tra autotune alienanti che si scontrano ad afro-futurismi (“32.22” e “39.28”).

E infine un altro gospel ultra-contemporaneo, “53.49”, liberatorio inno di amore e purificazione, chiude alla perfezione l’opera più oscura e complessa di Donald Glover che sembra essere finalmente riuscito a scrivere il suo primo vero capolavoro a nome Childish Gambino.

“There is love in every moment” è il messaggio finale di speranza per un decennio che non poteva iniziare con presagi peggiori e che “3.15.20” sembra raccontare al meglio tra fragilità interiori e nuove minacce collettive.

83/100