[My Two Cents] Spotify diventerà una casa discografica?

Inizia con questo articolo la nostra rubrica “My Two Cents”: pensieri in libertà, estemporanei o documentati, comunque – a modesto avviso dello scrivente, che potrà essere ciascun scribacchino kalporziano – interessanti, razionali e possibilmente acuti. In ogni caso argomentati. Cadenza periodica ma non fissa: le idee intelligenti mica vengono a comando, no?

Sono state due frasi di Jimmy Lovine, già produttore discografico alla Interscope Records prima e poi manager di Apple Music, in un’intervista al New York Times a farmi accendere una lampadina: “Netflix ha tonnellate di roba originale. Ma i servizi di streaming musicale sono tutti uguali, e questo è un problema”; e poi: “Se fossi ancora alla Interscope, sarei preoccupato di non avere un rapporto diretto con il mio consumatore. Gli artisti e le piattaforme di streaming ce l’hanno”.
Uno più uno fa due: non è forse giunto il momento che Spotify, Deezer e le altre piattaforme diventino a tutti gli effetti delle etichette discografiche?

Negli Anni Dieci c’è stata la completa liquefazione della musica, la svedese Spotify è sbarcata negli Stati Uniti il 14 luglio 2011 e da lì in poi è stata una cavalcata verso la sparizione degli mp3 e (parzialmente) dei supporti fisici. La fruzione dei contenuti visivi di film era stata invece convogliata verso il digitale già nel 2007: in quell’anno Netflix aveva cambiato il suo servizio di noleggio DVD in servizio di streaming online on demand. Mentre dunque l’industria dell’intrattenimento visivo aveva già iniziato l’eliminazione dell’oggetto fisico (il dvd) che serviva per la fruizione del contenuto visuale quasi un lustro prima, il mondo della musica ci arrivava dopo.

E cosa fa poi Netflix? Lo sappiamo tutti: nel 2011 inizia a produrre direttamente contenuti (in realtà lo aveva già fatto temporaneamente dal 2006 al 2008 attraverso la collegata Red Envelope Entertainment) e presenta la sua prima serie “House of Cards” nel 2013, ma non si ferma e passa anche a produrre contenuti più propriamente cinematografici. Oggi pare normale che ai Festival si presentino film prodotti da Netflix, ma basta rileggere le cronache del Festival di Cannes 2017 del nostro Raffaele Meale per ricordarci della polemica del presidente di giuria Pedro Almodóvar e Netflix (il regista spagnolo affermò di non avere alcuna intenzione di premiare un film che non era pensato per la sala cinematografica, e già erano in concorso due film prodotti da Netflix).

Il mondo di questi servizi infatti si basa su una personalizzazione abbastanza spinta dei propri contenuti, mentre al contrario se io ho Spotify o Deezer ho accesso praticamente a tutto lo scibile musicale con poche differenze. In verità Spotify ha lanciato già da qualche anno il servizio Spotify For Artists in cui ciascun artista può caricare la propria musica e ricevere una remunerazione pari al 50% delle entrate nette di Spotify sui propri streaming, mantenendo il 100% delle royalties sulla propria musica. Peraltro questo servizio pare più un servizio per i piccoli artisti che comunque vogliono distribuire la loro musica più che una modalità attraverso la quale una band affermata pubblichi il suo nuovo album.

I tempi sono dunque maturi affinché le società che gestiscono i servizi di streaming – Spotify o Deezer o altri che dir si voglia che, come ci ricorda Jimmy Lovine, hanno il rapporto diretto con i consumatori, in quanto io oggi pago loro e non più le etichette – producano il nuovo album, che so, di Bruce Springsteen? E che per quella via quel tal album sia solo su una piattaforma e non sulle altre? Saremo più liberi? Ci dovremo abbonare a più servizi per poter continuare ad ascoltare tutta la musica come ora? Torneremo un po’ scocciati a scaricare la musica per personalizzare il nostro archivio discografico e averlo sempre a disposizione?

Dubbi che solo gli Anni Venti ci potranno svelare.

(Paolo Bardelli)