Dopo l’ottimo disco di debutto del 2018, “On“, tornano gli Altin Gün con un nuovo album : “Gece” (“notte” in turco), in arrivo il 26 aprile e già pre-ordinabile sul bandcamp della formazione olandese.
Il collettivo multiculturale di Amsterdam, formato – ricordiamolo – per metà da musicisti provenienti dalla band di Jacco Gardner (Jasper Verhulst, Ben Rider) e per l’altra da artisti turchi (Merve Daşdemir, Erdinç Ecevit), con questo nuovo lavoro discografico per la Glitterbeat Records continua e porta avanti il percorso di recupero della tradizione musicale turca e della sua ibridazione con strutture, trame sonore della psichedelia occidentale, del funk afroamericano : gli standard turchi rivivono in una nuova veste, “[…] la maggior parte di queste canzoni hanno avuto centinaia di interpretazioni, diverse nel corso degli anni. Abbiamo bisogno di qualcosa che spinga le persone a fermarsi e ascoltare, come se fosse la prima volta […]” racconta nel comunicato stampa Jasper Verhulst, bassista e mente del progetto.
Il 20 marzo uscirà il primo singolo, “Süpürgesi Yoncadan“ – brano già interpretato dal vivo dalla band.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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