La Top 7 delle migliori canzoni di St. Vincent

Alla vigilia dell’uscita del quinto album di St. Vincent, “Masseduction”, abbiamo preparato una top 7 che, come da nostra tradizione, prova a ripercorrere la carriera dei nostri artisti preferiti. Annie Clark da quando l’abbiamo scoperta ormai un decennio fa, è rimasta sempre nei nostri cuori, dall’esordio “Marry Me” all’album omonimo del 2014. Proviamo a raccontarvela ancora una volta in sette brani.

 

7. “Who”, da “Love This Giant” (2012)

Alcuni di voi staranno già torcendo il naso, lo so bene. Quell’album di St Vincent prodotto insieme a David Byrne non si rivelò di certo quel capolavoro che la semplice somma degli interpreti poteva far immaginare al momento del suo annuncio. Tuttavia, in quel disco si possono riconoscere alcuni passaggi fondamentali per l’evoluzione stilistica di Annie Clark, tanto che non mi sento di esagerare nello scrivere che probabilmente senza “Love This Giant” non avremmo potuto godere di quello che è venuto dopo. “Who”, il singolo di lancio, funge perfettamente da esempio: c’è quel pop obliquo, elegante e allo stesso tempo ricco di barocchismi d’ottone che hanno reso celebre le produzioni dell’ex Talking Heads e che qualche anno più tardi abbiamo poi ritrovato, sapientemente rielaborato, in brani instant-classic come “Digital Witness”. È il segno che ha lasciato su Annie Clark la collaborazione con David Byrne, autentico Re Mida del pop moderno: quello di essere riuscita a plasmare in maniera impeccabile la sua personale identità artistica –non solo musicale, ma anche visiva, femminile – di cui godiamo ancora oggi. O dobbiamo relegare alla mera casualità il fatto che l’album che arrivò dopo un pezzo come “Who” sia intitolato “St Vincent”?

(Enrico Stradi)

6. “Digital Witness”, da “St Vincent” (2014)

Poco più di un lustro fa, la pubblicazione di “Strange Mercy”, idolatrato dalla critica musicale, era servita a lanciare Annie Clark in cima all’indie sfera, in un’epoca in cui questa parola aveva ancora un significato. Ma fu l’omonimo “St. Vincent”, nel 2014, a imprimere la svolta decisiva alla carriera della polistrumentista americana.
Dopo l’ascolto di “Digital Witness” il secondo singolo di lancio, era già possibile intuire il valore di un album che avrebbe portato St. Vincent in cima a molte classifiche, per arrivare infine al Grammy per Best Alternative Music. In poco più di tre minuti di un genere francamente indefinibile, Annie dava in pasto alle nostre orecchie una summa della sua poetica, fatta di fiati funkeggianti, chitarre acide e ritornelli killer. Le liriche e il video, tra riferimenti alla schiavitù da social network, scenari pseudo distopici, mimiche robotiche e look bowieani, servivano poi a suggellare la svolta arty di St. Vincent e a sottolinearne quell’approccio dadaista che è ormai il marchio di fabbrica della cantante.
In tutto questo, “Digital Witness” rimane un pezzo squisitamente pop, fatto per essere cantato e ballato già al primo ascolto. Una piccola magia che riesce solo a pochi.E St. Vincent di quei pochi è da tempo la regina.

(Stefano Solaro)

5. “Your Lips Are Red”, da “Marry Me” (2007)

Caos e tormento. Sono queste più o meno le due parole che userei per descrivere ‘Your Lips Are Red’ della magnifica Annie Clark, in arte St.Vincent. È uno di quei pezzi che partono con quella nebbia quasi angelica per poi aprirsi allo scatenarsi dei sensi. Free-jazz, echi tribali e quell’inconfondibile chitarra, quasi acida, che da sempre contraddistingue colei che per me è seconda solo alla dea PJ. E’ un caos dal quale emerge quella che è la vasta cultura musicale di Annie, nonchè preparazione. Perchè diciamocelo, il disco in cui è custodita questa perla, “Marry Me”, è solo l’inizio, dopo la collaborazione con The Polyphonic Spree e Sufjan Stevens, colui senza il quale la Beggar Banquet mai avrebbe scoperto tale talento o forse sì, ma rendiamo grazie comunque a quel fantastico matto di Detroit. Un caos dal quale emerge un tormento sensuale, quasi erotico, la ricerca di qualcosa di tremendamente desiderato ma irraggiungibile, ’your skin’s so fair, your skin’s so fair, it’s not fair’. Tutto urla sesso in questo pezzo. Le labbra, le mani, il rosso, la pelle. Eppure nulla è volgare. C’è la voce di Annie, monotona (da leggere con l’accento sulla terza O), ferma, quasi dura a sedare il tono, a rendere tutto molto più vicino ad un sogno che ad una dichiarazione d’amore, perchè a questa santa è sempre piaciuto giocare con la sua sensualità, quasi inconsapevole all’inizio, ma sempre e comunque innata. Se dovessi dirvi ‘questo pezzo suona come’, davvero, non ci riuscirei. Non c’è paragone, similitudine. E’ caos unico e, cara Annie, non poteva essere inizio migliore.

(Chiara Viola Donati)

4. “Birth In Reverse”, da “St Vincent” (2014)

Quando nel 2014 uscì l’omonimo quarto disco di St. Vincent, qualcuno si meravigliò della maggiore tendenza a suoni elettronici rispetto ai precedenti lavori. Se c’è un album che ha messo in luce la capacità dell’artista di essere stilisticamente poliedrica è stato proprio quello. E su tutti i brani che ne facevano parte, “Birth in Reverse” è stato il vero e proprio manifesto di questa dimostrazione di abilità creative e compositive. Abilità che Anne Clark ha sempre avuto sin dall’inizio ovviamente, ma quel brano in particolare ha costituito una sorta di “click”, che ha spinto prepotentemente in avanti la sua crescita artistica.

(Francesco Melis)

3. “Save Me from What I Want”, da “Actor” (2009)

È probabilmente con “Actor”, secondo album apparso via 4AD nel maggio 2009, che la nostra Ann Erin Clark lascia intendere, a scettici e fanatici della prima ora, di cosa è (e soprattutto sarà) capace il suo estro. Il primo disco prodotto dal fido John Congleton, che da allora non abbandonerà più, nasce sulla carta come collezione di brani ispirati al cinema. O meglio: alla musica per cinema. Malgrado il millantato impiego di GarageBand, Actor è infatti un disco lussuoso o, quanto meno, ammantato da una parvenza (molto filmica, per l’appunto) di lusso estetico. Le orchestrazioni fastose, la pompa barocca di arrangiamenti (avant)retrò odorosi d’avanguardia, l’incedere obliquo di suoni e iperboli da vecchio nickelodeon incantato: in Save Me from What I Want il mondo immaginifico di St. Vincent inizia a coagularsi in una forma sonora a tratti folgorante.
St. Vicent ci chiede di essere salvata eppure nessuno più di lei pare nel 2009 completamente destinato ad ottenere tutto quello che vorrà.

(Francesco Giordani)

2. “The Apocalypse Song”, da “Marry Me” (2007)

Annie Clark ha esordito non giovanissima, rispetto ad altre artiste che si sono fatte conoscere in quel decennio. Perché in realtà lei già faceva la turnista, per due progetti non proprio per pivelli, The Polyphonic Spree e Sufjan Stevens. Lo stesso Sufjan ascolterà i brani scritti fino a quel momento da Annie decidendo di includerla nella sua hacking band. Nell’esordio “Marry Me” emerge tutta questa sua bravura ai limiti dell’alieno. Il disco, come dimostra in meno di quattro minuti questa “The Apocalypse Song” sa essere toccante, barocco, morbido e irrequieto. Le armonie vocali riportano alla mente Björk, PJ Harvey, Tori Amos, Joanna Newsom e Kate Bush senza arrivare mai al plagio di nessuna di loro. Merito del gusto fresco degli arrangiamenti anche nei momenti più classici e di un timbro davvero particolare che presto avrebbe reso la timida 27enne texana una delle voci più significative del mondo indipendente. E oltre.

(Piero Merola)

1. “Cheerleader” (da “Strange Mercy”, 2011)

Non è mai stata una cheerleader, St. Vincent. Però sicuramente ci sarà stato un tempo in cui “I’ve played dumb when I knew better” perché non è mai facile per una ragazza e soprattutto una ragazza-chitarrista tecnica. In questa dicotomia assordante “Cheerleader” è pertanto una canzone-icona della nostra, con quel video meraviglioso in cui Annie diventa una delle sculture enormi ed ingombranti di Ron Mueck, che è poi quello che è lei: un’artista ingombrante nel suo essere perfettamente lucida e anarchica, attaccata ai fondamentali (vedi collaborazione con Byrne) ma all’avanguardia, bellissima e assolutamente noncurante della propria bellezza. E in “Cheerleader” con in più quella malinconica rabbia asettica che permea “Strange Mercy”, il suo album più completo, a detta di chi scrive.

(Paolo Bardelli)