“Colors” di Beck, il primo ascolto

Come abbiamo fatto per “Sleep Well Beast” dei National, anche per un album importante come il ritorno di Beck ci avventuriamo nel “primo ascolto”, ovvero nel mettere nero su bianco le primissime sensazioni di quando, si diceva una volta, si mette la puntina sul piatto.

1. “Colors”

Dimenticatevi i colori tenui di “Morning Phase”, le sue malinconie, il suo cullare l’ascoltatore all’interno di un folk à la Nick Drake: “Colors” fa partire la sigla d’inizio dell’album omonimo con i colori sgargianti della copertina, tonalità da anni ’80. Batteria coinvolgente con tanto di battito di mani in battuta sul rullante, flauti utilizzati come li sfruttava Nik Kershaw per gli abbellimenti, ma nonostante i richiami eighties Beck ha sempre un qualcosa in più.
Benvenuti nel post-San Junipero.

2. “Seventh Heaven”

La canzone è partita e io sto cercando di canticchiarci “Hey Ya!” degli Outkast. E’ per colpa del tempo di batteria. L’ambientazione è il divertimento, ma non quello sboccato da discoteca, piuttosto quello da aperitivo allegro, non patinato.
Beck va alle Baleari suonando jangle/hypnagogic pop.

3. “I’m So Free”

Ecco qui siamo più in luoghi più Beck, dalle strutture melodiche mai banali, quasi derivate dai Beatles. Ma stiamo parlando della strofa. Poi quando parte il riff di chitarra del lancio e del ritornello… beh… non ce n’è più nessuno. Mi sto commuovendo. Fantastico.
Una “Song 2” del finire degli Anni ’10.

4. “Dear Life”

Singolo già edito, la classe non è acqua. Ascoltato prima di oggi rendeva evidente il cambio di umore e registro rispetto all’album precedente, rimesso su ora dopo il trittico al fulmicotone che lo precede “Dear Life” sembra quasi paradossalmente tirare un po’ il freno a mano. Ma non è vero, è che sono le tre canzoni di apertura ad essere davvero scatenate. Brano melodicamente perfetto, arrangiato con gusto, che dire di più?

5. “No Distraction”

Questa piacerà all’amico Nicola (Guerra). Perché c’è del groove all’interno di una canzone malinconica. Echi di Police e di telefilm anni ’70, ma anche di roba che potrebbe passare sulle radio da circuito nazionale. Ho una proposta per Radio Deejay: passatela e dite che è Bruno Mars.
Così freghiamo tutti e miglioriamo le orecchie degli ascoltatori senza che se ne accorgano.

6. “Dreams” (Colors mix)

Riff di chitarra funkeggiante e sfumature di tramonto estivo all’orizzonte. Forse tira un po’ troppo su un lato funzionale e commerciale, ma giunti a questo punto dell’album abbiamo capito che Beck non ha paura a suonare, in questo “Colors”, cazzone e spensierato.
Gli “oh oh oh” fanno sempre un po’ tamarro ma alle volte sono pure un po’ liberatori.
Appunto tecnico: remix della song già pibblicata nel 2015.

7. “Wow”

Se l’hip-hop è lo zeitgeist, Beck ci si è butta. Non ha timore. Mai avuto. Il ritmo c’è, lui non si mette esattamente a rappare ma è come se lo facesse. Il risultato è come il titolo… wow.
Per le cronache: anche questa canzone è stata pubblicata un anno fa, ma al tempo non si capiva se fosse un singolo estemporaneo o qualcosa di più.

8. “Up All Night”

Secondo singolo estratto, “Up All Night” ha già nel titolo il suo manifesto. Qui non siamo a bordo di una piscina a sorseggiare un cocktail, ma siamo sudati in pista (da ballo).
E speriamo di strusciarci (ricambiati) sulla più bella schiena della discoteca.

9. “Square One”

Il pianoforte honky tonk è molto utilizzato nella musica black, e infatti qui siamo dalle parti dei Gnarls Barkley. Gustosa, ma nulla più. Personalmente potrebbe essere una delle canzoni di “Colors” che skipperò più facilmente, in futuro.
Ma forse anche no.

10. “Fix Me”

L’inizio è onirico, e poi parte la ballad. Ecco, questa sarebbe potuta essere una canzone di “Morning Phase” ma chiaramente Beck ha voluto arrangiarla in un modo totalmente diverso. Chitarra acustica bandita fino al minuto 1:12, poi non ce l’ha più fatta e l’ha messa dentro. La base sonora è fatta di una strana pasta, è una canzone da riascoltare per capire se il suo vestito è quello giusto. Forse sarebbe stato più onesto non inserirla nell’album, sembra un po’ fuori focus rispetto al disco. La canzone però è bella, e chiudendo il tutto ci sta, come dei titoli di coda che lentamente si snodano sullo schermo.

(Paolo Bardelli)