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È difficile conciliare gli spazi della webzine in cui si scrive e le proprie produzioni: questa settimana è uscito il mio terzo libro, “Musica Eterea – Una storia d’amore, streaming e distrazioni”, già pubblicata parzialmente qui su Kalporz, e ho acconsentito a questa recensione che Alberto mi ha proposto di fare solo a una, ovvia, condizione: che ne scrivesse in assoluta libertà e scrivendo quello che gli è piaciuto e quello che non l’ha convinto. Lui mi ha mandato questo testo. (Paolo Bardelli)
Dalla ricerca del disco alla musica che ci trova
C’era un tempo in cui ascoltare musica significava anche cercarla, e non senza fatica. Bisognava attraversare la città per raggiungere un negozio di dischi, sfogliare scaffali, fidarsi del commesso con quell’aria un po’ così o dell’amico che aveva già consumato il vinile a forza di ascoltarlo. Oggi basta un clic. Anzi, nemmeno quello. È l’algoritmo che viene incontro a noi, premuroso come un maggiordomo inglese e insistente come un venditore porta a porta. In Musica eterea, il “nostro” Paolo Bardelli racconta questa metamorfosi (che definire passaggio epocale è riduttivo) con l’equilibrio di chi evita sia la nostalgia che l’ottimismo tecnologico degli “integrati”. Il bersaglio non è Spotify, né Apple Music, né il digitale in sé. Il punto è un altro: che cosa succede alla nostra esperienza estetica quando la musica smette di essere un oggetto e diventa un’atmosfera? L’intuizione più felice del libro è già nel titolo. Dopo la “musica liquida” degli MP3 arriva quella “eterea”: non più un file custodito in un computer, ma qualcosa che abita il cloud, invisibile, impalpabile, sempre disponibile. Bardelli osserva che la musica «arriva come l’aria che ci circonda», una presenza continua che finisce quasi per confondersi con il paesaggio là fuori. È un’immagine che avrebbe divertito il sociologo canadese Marshall McLuhan. Il medium non trasporta soltanto il messaggio: lo riscrive daccapo. Cambia il nostro rapporto con il tempo, con l’attenzione, perfino con il silenzio.
L’abbondanza che consuma il desiderio
Per spiegare l’effetto dell’abbondanza, Bardelli ricorre a una parabola semplice e insieme mirabile. «Ci sono troppi panini nel deserto», scrive, ricordando la legge economica dell’utilità marginale: il primo panino salva la vita, il ventesimo provoca nausea. Lo stesso accade con cento milioni di canzoni disponibili in ogni istante. L’abbondanza assoluta, l’accesso costante a tutto lo scibile rischia di produrre il contrario del desiderio.
È una riflessione, questa, che dialoga idealmente con Zygmunt Bauman e con la sua modernità liquida, ma anche con Frederic Jameson (il primo teorico del postmodernismo), richiamato nella prefazione di Francesco Marchesi. Se tutto è simultaneamente disponibile, la profondità lascia il posto alla superficie; la storia diventa un flusso continuo, senza prima e senza dopo. L’album perde i suoi confini. Persino il silenzio fra un disco e l’altro, necessario ad assorbire quanto ascoltato, diventa un lusso. Naturalmente sarebbe ridicolo trasformare il vinile in una sacra reliquia e Spotify nel demonio. Bardelli è troppo scaltro per cadere in questa trappola. Ricorda anzi come David Bowie avesse previsto tutto con impressionante lucidità: «La musica diventerà come l’acqua corrente o l’elettricità». Una profezia pronunciata nel 2002, quando lo streaming era ancora un’idea avveniristica. Bowie aveva capito che il valore economico della musica sarebbe evaporato proprio nel momento in cui la sua disponibilità sarebbe diventata infinita. Ma aveva intuito anche un’altra conseguenza: se le canzoni scorrono come l’acqua del rubinetto, il concerto torna a essere un’esperienza irripetibile. La musica registrata diventa servizio; quella dal vivo ritorna evento.
La slow music come gesto di resistenza
Il libro di Bardelli è disseminato di compagni di viaggio illustri. C’è Theodor W. Adorno, naturalmente, con la sua distinzione fra ascolto attivo e ascolto distratto; c’è Brian Eno, che vede nella fine del canone anche un’occasione di libertà creativa; ci sono Mark Fisher e Simon Reynolds, cronisti di un presente incapace di immaginare il futuro; c’è persino Napster, il pirata adolescente che, senza volerlo, ha cambiato il capitalismo musicale più di molti consigli di amministrazione. La tesi più interessante, però, riguarda quelli che Bardelli chiama gli “ascoltatori interessati”: persone che non consumano semplicemente musica, ma cercano ancora di costruire con essa una relazione più o meno significativa. Ebbene, sottrarsi al consumo eterodiretto, scegliere invece di essere curiosi e attivi rimane un gesto squisitamente politico, se non rivoluzionario. Per questo il libro approda a un’espressione destinata a restare: slow music. Non una crociata contro la tecnologia, bensì un invito a rallentare. Riascoltare un disco. Leggere i crediti. Scoprire chi sono i musicisti. Collegare una canzone alla sua epoca, a un libro, a un film, a una stagione della propria vita. Restituire profondità a ciò che il flusso tende ad omologare. In fondo è questa la ricetta proposta da Musica eterea. L’algoritmo continuerà a suggerirci nuove playlist. Continuerà perfino ad azzeccarci. Ma nessun algoritmo potrà sostituire quella sensazione irripetibile che proviamo quando un disco smette di essere soltanto un sottofondo e diventa, come scriveva Nick Hornby, «la colonna sonora di un pezzo della nostra vita». Forse la vera sfida non è tornare al vinile né abbandonare lo streaming. È ricordarsi che una canzone non vale tanto per la facilità con cui la troviamo, quanto per il tempo che siamo ancora disposti a dedicarle.

(Alberto Scuderi)

