Intervista ai Giuda

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A fine 2015 è uscito “Speaks Evil”, terzo disco dei Giuda, band romana amante di sonorità analogiche e rock’n’roll. Come sempre, dal 2007 ad oggi, suonano in giro per l’Europa e per gli Stati Uniti. Anzi, proprio recentemente, a metà giugno è terminato il loro ultimo tour americano. Il tempo non si ferma, però, ed il gruppo ha subito ripreso in mano gli strumenti del mestiere: in estate ed in autunno faranno tappa nei vari festival europei. Solo per fare qualche nome: il tedesco Back to Future, gli inglesi Rebellion Festival e Vive le Rock Festival. E soprattutto l’italiano Todays Festival, una tre giorni musicale a fine agosto (26-28) in quel di Torino, insieme a John Carpenter, The Jesus & Mary Chain, The Brian Jonestown Massacre, Goat e tanti altri. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche chiacchiera con Lorenzo Moretti, chitarra e voce del gruppo.

In un’epoca storica in cui l’oggetto disco ha perso centralità Come Giuda, fin dall’inizio, pubblicate i vostri album su vinile. Ma non solo, prima di tutto, ancor più importante è il formato 45 giri dedicato ai singoli. Ad esempio “Roll the balls” ha lanciato il vostro ultimo disco. Sembra quindi ci sia un messaggio/un’idea ben precisa dietro, sbaglio?
Per me – personalmente – è importante che il disco, oltre che in formato digitale (che adesso è quello che va per la maggiore), esca in vinile. Sono un amante del disco (in vinile) da quando sono piccolo: ho sempre comprato i vinili, è un’abitudine leggere le liner notes quando compro un disco, sono curioso di vedere chi è il produttore. Ho un amore per l’oggetto, che mi porto dietro da sempre. Quindi, è fondamentale per noi che il disco esca in vinile e non soltanto in digitale. Anche se, come hai detto tu, attualmente il vinile ha perso un po’ di – non dico di fascino – perché poi c’è stato un ritorno negli tempi: anche le major hanno ricominciato a produrre i dischi in vinile. Però ci rendiamo conto che è una cosa un po’ fuori moda.
Curioso poi il particolare “effetto usato “ delle copertine dei primi due LP – “Racey roller” e “Let’s do it again”.
È una cosa che ha creato il nostro grafico francese, amico, Tony Crazeekid, anche lui appassionato di un certo tipo di musica: noi ci siamo conosciuti perché avevamo tutti e due un blog dedicato al glam rock, il cosiddetto “junk shop glam”, ovvero gruppi praticamente sconosciuti. Ed inevitabilmente molti dei dischi di queste band sono distrutti, rovinati dal tempo. E così abbiamo pensato un po’ di giocare con le nostre grafiche cercando di renderle rovinate come gli LP dei nostri beniamini. È una cosa, però, che abbiamo fatto per i primi due dischi e che adesso abbiamo un po’ messo da parte. L’abbiamo fatto ma adesso si cambia.
E sempre parlando di copertine: hanno un stile ben definito, si rifanno all’immaginario glam (citato qualche minuto fa). La copertina di “Racey roller” ricorda la stampa francese di “Saturday night” dei Bilbo Baggins; la cover di “Let’s do it again” , invece, rimanda al retrocopertina del disco dei Capital City Rockets del 1973. È una scelta di Tony Crazeekid? Si può parlare di omaggi?
Abbiamo lasciato carta bianca a Tony, lui è un genio assoluto: quando ci ha fatto vedere queste copertine, noi ovviamente abbiamo accettato di buon grado, senza protestare minimamente. Però, diciamo, sono omaggi a gruppi del passato che amiamo e ci siamo divertiti ad imitare senza voler copiare: non l’abbiamo fatto di nascosto, senza dire nulla a nessuno. Era un puro omaggio a queste band. Come avrai notato, anche la copertina di “Get it over”, il nostro primo singolo, è praticamente un rifacimento di una collana che usciva in Italia: molti gruppi, anche Gary Glitter, dischi glam, funk, i primi esempi di disco music uscivano per questa collana, la “Discoteque Special” . Il nostro disco riprende a piene mani da queste grafiche.
La storia dei Giuda è fatta di dischi, ovviamente, però il punto fondamentale è quello dei concerti, sbaglio? Siete cresciuti suonando in giro per il mondo. All’inizio avete fatto concerti in posti piccoli e poi siete arrivati a club indipendenti di buon livello, penso al vostro concerto londinese all’Underworld – un locale da cinquecento – seicento posti – del 4 maggio; ai sold out a Long Beach ed a New York.
Sì, ovviamente, c’è stata una crescita. Siamo partiti da piccoli club, come hai detto tu, siamo un gruppo comunque underground. Piano piano ci siamo fatti le ossa in questi anni: abbiamo iniziato da un locale piccolissimo, il Buffalo Bar a Londra – che conteneva cento/centocinquanta persone – e dopo vari sold out siamo passati a locali più grandi, fino ad arrivare all’Underworld: un locale con una buona fama, c’hanno suonato gruppi più grandi, più popolari di noi. È stata, quindi, una conquista che ci siamo sudati negli anni.
A giugno avete appena concluso il tour negli Stati Uniti suonando nei club ed ad un grande festival come il Punk Rock Bowling & Music Festival. Dopo questa esperienza avete ripreso i concerti europei: Italia, Francia, Germania e Regno Unito nei prossimi mesi. Tra le date anche alcuni festival: il tedesco Back to future e il londinese Vive le Rock Festival (legato all’omonima rivista). In termini di organizzazione di musica live e di ricezione da parte del pubblico quali sono le differenze tra Europa ed USA, e tra Italia ed Europa? Quelle che avete notato nel corso di questi anni di concerti.
Parli dei club, a livello tecnico?
Sì, a livello di organizzazione tecnica
In Europa a livello di organizzazione tecnica i club sono veramente di buon livello, anche in Italia, nel Nord. Quando si suona, c’è un grande lavoro dietro, una grande preparazione. In America, da questo punto di vista, le cose sono differenti, la situazione è più selvaggia: gli americani sono abituati ad arrivare sul palco, montare tutto e suonare, magari senza soundcheck e senza richieste tecniche particolari. Ci siamo trovati un po’ spiazzati perché siamo un gruppo molto attento al sound in studio e dal vivo. Per quanto riguarda il pubblico, invece, quando si suona in paesi come l’Inghilterra o gli Stati Uniti, c’è una maggior preparazione da parte del pubblico, cresciuto ascoltando rock’n’roll, questa ricezione immediata non avviene in Italia, una nazione che non è propriamente cresciuta a pane e rock’n’roll. Esiste, quindi, una differenza data dal livello culturale e musicale dal paese di nascita. Ovviamente negli Stati Uniti sanno e capiscono quello che proponiamo, quello che cerchiamo di fare a livello musicale. Magari in Italia si fa un po’ più fatica.
Un gruppo trova la propria forza vitale ed autenticità nella fanbase: parlo del dialogo/scambio e senso di comunanza tra band e fan. Mi sembra che i Giuda siano fortissimi da questo punto di vista, a partire dal vostro solidissimo fan club ufficiale francese, Giuda Horde. Sbaglio?
Sì, è così, abbiamo uno zoccolo duro di fan, ci seguono da sempre e sono anche un po’ la nostra forza. Anche adesso che siamo stati in tournée negli Stati Uniti e mancavamo da un bel po’, da tre anni. L’ultima volta, siamo stati lì nel 2013, senza fare la West Coast e il Sud degli Stati Uniti, eravamo un gruppo molto più piccolo sotto diversi punti di vista. Abbiamo notato che, nonostante ciò, c’erano delle persone che ci aspettavano, abbiamo fatto diversi sold out. Anche in Texas, ad Austin, c’erano cinquecento/ seicento persone che cantavano i pezzi e conoscevano già il disco nuovo, uscito da pochi mesi. E sì, come hai detto tu, abbiamo un buon seguito e questo, come ho detto prima, è un po’ il nostro punto forte.
Il 5 agosto suonerete al Rebellion festival a Blackpool (Regno Unito). Nel cartellone ci sono nomi come Dictators, Penetration, 999, Slaughter & The dogs, Stiff little fingers e tanti altri. Insomma tutti i nomi importanti del punk britannico (e non). Qualche settimana fa, tra l’altro, sul vostro profilo facebook ho visto una vostro foto con Wayne Barrett (cantante appunto dei Slaughter & the Dogs). Insomma, che effetto fa suonare, incontrare gruppi che fanno parte dei propri ascolti personali?
Beh, ovviamente, se ce l’avessero detto dieci anni fa, non ci avremmo mai creduto. Noi siamo cresciuti ascoltando quelle band. Hai citato gli Slaughter & The dogs, che per me sono uno dei miei gruppi preferiti. E poi i Penetration, ho i loro singoli qui a casa. Quindi è un grande piacere, oserei dire un onore, poter condividere il palco con gruppi che hanno costituito la nostra formazione musicale.
Con il vostro ultimo album, “Speaks evil” (2015), il suono sembra sempre più sfaccettato: non siete solo una band glam, rock’n’roll, con un passato ed influenze punk ma avete sviluppato una capacità, sempre maggiore, di scrivere canzoni power pop dalla forte presa, mi riferisco soprattutto ad “It Ain’t easy”, tra le migliori canzoni power pop prodotte in Italia nel 2015. È così? .
Sì, sono d’accordo con te, non siamo semplicemente una band punk o glam rock ma siamo un gruppo rock’n’roll – oserei dire – attuale . E credo sia uno dei nostri punti di forza: non ci siamo fermati a “Racey Roller”. È importante provare – non dico nuove sonorità – ma quantomeno seguire le influenze del momento. Non sarebbe stato giusto ripetere “Racey Roller” o “Let’s do it again” all’infinito e “Speaks evil” è, quindi, l’evoluzione naturale del gruppo. Come hai detto tu, ci sono pezzi che sono più power pop, altri che sono più rock’n’roll o glam rock. Noi siamo un gruppo attuale, del 2015, influenzato da gruppi del passato e non il clone di un’altra band. Credo che in “Speaks evil” sia ancora più presente quello che ormai possiamo definire come sound dei Giuda. E che non è possibile collegare a nessun’altra formazione del passato.
A febbraio 2015 avete firmato per la Burning Heart, etichetta svedese che ha pubblicato nel corso degli anni Turbonegro, The Hives, Refused e tanti altri gruppi. Come vi trovate?
Il passato della Burning Heart parla da sé. Abbiamo firmato un contratto per due dischi. Devo dire che ci troviamo abbastanza bene, era comunque una mossa che dovevamo fare: provare a pubblicare dei dischi con un’etichetta più grande, più importante e che ci garantisse una maggiore distribuzione, una promozione migliore rispetto a quella del passato. Anche se le etichette, con cui abbiamo avuto a che fare fino ad adesso, non hanno svolto male il loro lavoro. Il contratto con Burning Heart, però, è stato forse il passo in avanti che dovevamo fare.
Siete molto legati alla scena romana. E, quindi, non a caso produrrai il disco d’esordio degli Human Race, con cui avete suonato anche recentemente. Come la vivi questa esperienza da produttore?
Stare e lavorare in studio è una delle mie grandi passioni. Sono un patito delle produzioni audio e, quindi, per me è una cosa positiva poter lavorare, dare il mio contributo anche con gruppi che hanno un sound differente da quello dei Giuda ma questa, appunto, è la sfida: riuscire a tirar fuori il meglio da un gruppo punk, power pop, glam, rock’n’roll. È il lavoro del produttore. Anche se non mi ritengo un gran produttore però ci provo, penso di poter dare il mio contributo, ci ho lavorato tanto, ho fatto tanta esperienza, sento di poter dar qualcosa anche in questo senso.

(Monica Mazzoli)