VALENTINA GRAVILI, “Arriviamo tardi ovunque” (Carbon Cook Records, 2013)

Se si affronta questo “Arriviamo tardi ovunque“ con leggerezza ci si potrebbe ritrovare nelle prime ore del mattino semi addormentati su un’autostrada del sud Italia incolonnati in macchina, col sole che schiocca vivido sul parabrezza e che si lagna corrosivo sulla pelle che cerca acqua. Qualche minuto dopo ci si potrebbe sentire catapultati nelle ore raggelanti di un inverno meschino all’imbocco di un’uscita della metro con le folate di vento a innevare il caldo tepore. In entrambi i casi si rimane imbrigliati a sputare una rabbia che viene dai polmoni o dal fegato. Dunque è un disco pericoloso, ma che erutta un’inflessibile sensazione di rabbia.

Questo è sicuramente l’album decisivo per la cantautrice brindisina e a metterci il naso dentro ci si trova di tutto. Dalle deturpazioni dell’uomo alle guerre stupide condotte da personaggi troppo intelligenti nel difendere i loro interessi. Dal caos delle città alle vie dei centri storici che significano troppo, attraverso cui la gente passa inesorabile solo per recarsi a lavoro. C’è cinismo e sconfitta, c’è Taranto e l’Ilva con le sue polveri respirate e poi l’inganno per chi confidava in una vita normale. C’è un odore di precarietà di un’intera generazione che ha fatto male i conti e una indulgenza austera che ci relega nella nostra incompiutezza. Un compendio del presente, certo, ma anche un barlume di orgoglio e una vagonata di rock che rende il tutto molto flessuoso e amabile. Di convesso al passato oggi la voce della Gravili graffia riscoprendosi Nada e i testi ricordano una letteratura che da Piero Brega, passando per Eugenio Bennato e arrivando a Paolo Benvegnù, ha fatto scuola. Bello questo risveglio del pop italiano che si scopre capace di fare noise e nello stesso tempo folk da loop station. È un gioiello di purezza “Guerriglia d’oriente” che scioglie una parodia psichedelica in un art rock alla “17 Re” per raccontare l’ironia di un tradimento, di un’illusione generazionale. “Vorrei non svegliarti mentre fuori il sole sorge”, e ancora a picchiare con le vocali e le sibilanti come in un testo di Derek Walcott “orde di barbari, eserciti marziani del colore dei tuoi occhi che può invadere un pianeta, far cambiare direzione al moto millenario della terra”. Sono stralci di attualità che nessuno può rifiutarsi di ascoltare. In “La mappa dei punti deboli del mondo” si aggrava l’essenzialità sia nella prosa attiva che nelle raffiche di riverberi sonori, care a un Giorgio Canali, per dopo cadere atrofizzata in una voce dalla muscolatura eufonica ma sul finire sulfurea, una meta vocalità che invoca arsura. “Cruda” invece sbriciola un blusey a colpi di rantoli shoegaze. In “La saggezza è roba per giovani”, dove lo slide e l’autoharp rompono gli schemi di un’armonia perfetta, si vagheggia con un testo che sfiora il surrealismo per poi rimettersi in carreggiata sulle vie della poesia urbana. Tutto il disco è di una intensità unica e l’ultimo appuntamento con “Domenica mattina” pur essendo fugacemente intimista alla Battisti è la naturale chiusa a una serie di domande poste in precedenza.

Un pop scavato da ascoltare camminando tra i carrugi di Genova o nei vicoli della vecchia Taranto o in una Matera dai mille sassi o in una Bologna che si rianima unica d’estate quando tutti gli universitari sono a casa. Ricorda Calvino e le sue città invisibili lontane dalla corrente del mondo, ma sempre in cerca di sassi da scolpire e rimodellare. Una sorprendente prova di rock, ma soprattutto di letteratura messa in note.

74/100

(Christian Panzano)

11 febbraio 2013

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