FOALS, “Holy Fire” (Transgressive Records, 2013)

Partiamo da una considerazione oggettiva: i Foals sono tra le realtà inglesi più importanti emerse dall’Inghilterra musicale negli ultimi sei anni. Da questa concisa premessa si può capire perché “Holy Fire”, terzo disco della band di Oxford, sia stato preceduto da un’attesa crescente, quasi spasmodica. Mettere in fila due album come “Antidotes” (del 2008) e “Total Life Forever” (del 2010) era un’impresa difficile che ha aumentato che accrescere le attenzioni di pubblico e critica intorno ai cinque musicisti. E allora scopriamo subito le carte in tavola: “Holy Fire” non tradisce affatto le attese, anzi.

Magari ci saranno quelli che preferiranno le armonie di “Total life forever” o quelli che da anni rimpiangono l’immediatezza di “Antidotes” ma sono sottigliezze legate al gusto personale. I Foals riescono a compiere varie imprese con questo nuovo lavoro. Prima di tutto continuano a mantenere un livello compositivo altissimo, fatto non così scontato. Inoltre ad ogni ascolto pare quasi che “Holy Fire” sia la summa di quello che i Foals ci hanno fatto sentire nei primi sei anni di carriera. Il tutto rimescolato e con l’aggiunta di ulteriori elementi di novità. In effetti quello che colpisce da sempre quando si ascolta il gruppo di Oxford è la loro ferrea volontà di non adagiarsi mai su soluzioni compositive semplici, che ricalchino loro produzioni passate o che addirittura risultino banali.

La creazione è continua (ed è un fatto che si riflette, anzi forse si amplia, nelle loro esibizioni live) e sempre alla ricerca dell’elemento nuovo. Così in questo terzo lavoro, assieme ad elementi tipicamente “alla Foals” (come per esempio il brano più epidermico del disco, “My number”) ci si ritrova proiettati in territori che i cinque ancora non avevano esplorato. Per esempio lo spiazzante primo singolo “Inhaler”, che mostra oltre a un sound macchiato di funk, delle inaspettate e sorprendenti (appunto perché sono una novità per la band) da parte di Yannis Philippakis. O anche la conclusiva “Moon”, una ballata quasi sussurrata ed eterea che fa coppia con l’altro momento riflessivo del disco, “Late night”.

Non si può non restare coinvolti dalla ritmica incalzante di “Providence”, dalle atmosfere avvolgenti di “Stepson”, o ancora dal pop di “Out of the woods”. Ancora una volta i Foals hanno avuto coraggio ed hanno avuto ragione.

90/100

(Francesco Melis)

8 febbraio 2013

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