The Stone Roses, Ippodromo del Galoppo, Milano, 17 luglio 2012

Nel momento in cui leggerete queste righe sarà passato tempo a sufficienza per esservi già documentati (se non c’eravate) o aver dribblato del tutto ogni scritto in merito (se non ve ne fregava un beneamato). Meglio, quindi, optare per provare a dire qualcosa di leggermente diverso su quello che, di fatto, era il real deal degli eventi nostrani e che è invece passato dalla porta del retro. Più semplice soffermarsi sull’ennesimo tour da dodicimila ore dei Cure o di Springsteen. Reunion dei New Order? Nah, alla fine non c’era neppure Peter Hook. Nessun astio, comunque, ché tutti i citati hanno credito a sufficienza per guadagnarsi le prime pagine… Sarà che gli Stone Roses non sono mai stati profeti da queste parti, semplicemente. Così, mentre in patria NME bombardava continuamente le pagine del sito con update compulsivi dall’homecoming weekend a Manchester – tre serate per un totale di oltre duecentoventimila biglietti venduti – qui si faceva difficoltà a capire dove, dopo la cancellazione degli eventi all’Arena Civica, li avrebbero messi a suonare per l’unica data italiana del tour di reunion. Sold out? Macché.

Alle otto e mezza ci sono un migliaio di persone e altrettante zanzare a spasso per l’area. Sul palco, Mick Jones & The Justice Tonight Band. Trattasi di un supergruppo capeggiato per l’appunto dall’ex Clash, la cui più che nobile causa è quella di promuovere la campagna “Justice for the 96” (o Hillsborough Justice Campaign) per le vittime della tragedia avvenuta allo stadio di Sheffield nella primavera del 1989 – ad oggi ancora avvolta nel mistero. Più che i singoloni che hanno fatto la storia come “Should I Stay or Should I Go”, “Rock The Casbah”, “Train in Vain” e “White Man (in Hammersmith Palais)” mi preme invece sottolineare quella “Groovy Train” dei The Farm – anch’essi onstage – suonata in apertura nonché vero tributo – oltre che inno ai tempi – alla golden age di Madchester con l’Haçienda, l’acid house e le prime memorabili estati a Ibiza. Sfido tutti ad aver visto quell’imprescindibile documento sull’isola periodo ’89-’90 che è “A Short Film About Chilling”: niente paura, lo potete sempre recuperare da qui. Ci troverete Farm, 808 State, i primi Saint Etienne e un altro migliaio di cose belle e mai sufficientemente ricordate a dovere (A Man Called Adam, il giro Junior Boy’s Own etc. etc. etc.). Insomma, il vero momento in cui più che l’ippodromo di Milano poteva essere Spike Island. Poi sono arrivati a cascata i pezzi dei Clash e vabeh, scene facilmente immaginabili, ma per i fan di quell’epopea la miglior cartuccia era già stata sparata. Una menzione d’onore anche per il buon John Robb, mancuniano doc e voce della cultura indipendente targata MCR, sul palco assieme agli altri reduci per una mezz’ora scarsa.

Altra storia con i veri purosangue della serata, reduci come detto da trionfali concerti albionici e qualche tappa festivaliera a spasso per l’Europa. Il 2012 è indubbiamente il loro anno e il concerto lo conferma. Tutto ti aspetteresti tranne sentire Ian Brown cantare bene (bene per i suoi standard, certo, ma sempre bene), nonostante sull’iniziale “I Wanna Be Adored” si faccia a fatica a distinguere dove finisca la voce del pubblico e dove inizi la sua. Ma è sui pezzi non da singalong che la solidità vocale del frontman – baggy nel look nella camminata esattamente come te lo figuravi – lascia favorevolmente colpiti. E di momenti meno popolar-populisti in cui ascoltarla ce ne sono stati parecchi, in un repertorio che ha attinto da un back catalogue di pezzi tutti meravigliosi. “Mersey Paradise”, “Where Angels Play” e “Sally Cinnamon” per dirne tre. Per non parlare della dozzina di minuti di “Fools Gold”, suonata da lasciarti con la mascella a terra tra i riff di un John Squire più che mai ispirato e una delle sezioni ritmiche più lodate della storia, con Mani al solito carico come una molla. Rock solid, direbbero Oltremanica, a conferma di come per alcuni il tempo faccia invecchiare bene come il vino – roba che in confronto allo storico concerto di Blackpool ’89 paiono realmente il padre il figlio e lo spirito santo con gli strumenti in mano, e quelli di allora un gruppo di alcolizzati messi a pedate su un palcoscenico. Oltre ogni attesa, semplicemente, ma torniamo alla musica.

Naturale aspettarsi una pioggia di canzoni da quella pietra miliare che è l’omonimo album di debutto, meno automatico trovarsi ad ascoltare soltanto due pezzi da “Second Coming”, disco dalla portata storica decisamente ridotta eppure troppo poco considerato per quelle che sono le sue qualità innegabili; “Ten Storey Love Song”, una delle ballate zuccherose più belle di sempre, e “Love Spreads” hanno comunque tenuto alta la bandiera per la fortuna dei presenti. Tra una “Shoot You Down” e una “Sugar Spun Sister” c’è stato anche spazio per una selvaggia “Don’t Stop” immediatamente dopo “Waterfall”, ma qui si entra già nel novero dei classiconi che tutti immaginate. “Made of Stone”, “She Bangs the Drums” e, in chiusura, “I Am the Resurrection”. Che volete che vi dica? Pareva davvero di trovarsi in un’altra epoca: un concerto senza bis e una band sul tetto del mondo, punto di riferimento per una generazione chimica partita alla conquista del mondo dalla pioggia del Lancashire con centro Whitworth Street. Non a caso, mentre Ian Brown annunciava “This Is the One”, Mani ha girato il basso mostrando la scritta Man Utd su sfondo a righe gialle e nere. Come a dire, tutto torna. Gli Stone Roses vengono suonati a Old Trafford ogni volta che le squadre entrano in campo e oggi sono di nuovo gli dei in carne ed ossa che vent’anni fa facevano gridare alla rinascita inglese prima dell’avvento del Brit pop, abbracciando la controcultura di smileys e facendo vibrare migliaia di giovani nei club e nei rave a cielo aperto. E poco importa che la Premier quest’anno sia andata al City. Tutto torna: tutto sempre rigorosamente a Manchester. E per una sera, anche qualche migliaio di chilometri più giù.

(Daniele Boselli)

23 luglio 2012

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