AFTERHOURS, “Padania” (Germi/Artist First, 2012)


Che Manuel Agnelli sia valido nei panni di promoter e mercante quanto di compositore del suo prodotto non è una novità. Ma né lui né le cassandre più fantasiose avrebbero potuto immaginare l’attualità di “Padania”. La Lega Nord che ha sfoderato il potenziale pop di una vetusta espressione geografica, va in corto circuito.

E i denigratori più scettici e prevenuti che storcevano il naso per questo titolo furbo ora sogghignano. Recentemente, con la retorica poco credibile del precedente album “I milanesi ammazzano il sabato” e del progetto “Il paese è reale”, Manuel Agnelli e soci si facevano facili portavoce di una denuncia di una realtà musicale e culturale di cui sono stati e sono tuttora quantomeno complici. Una denuncia controproducente. Portata avanti da una delle primedonne più stimate e al tempo stesso mal digerite dagli osservatori più attenti e critici della scena indipendente italiana. Un tormentone che ha dato visibilità sopperendo a fatica a una crisi creativa fisiologica dopo vent’anni di onorata carriera. Al di là del titolo altisonante e di qualche passaggio pseudo-politico, “Padania” è pervaso da un rinato intimismo. La rabbia e lo sdegno suonano molto più privati e irrazionali. Meno pretenziosi, viscerali e graffianti quasi come i bei tempi che furono.

Al ritorno di questo retrogusto emotivo o emozionale, si accompagna non a caso un altro gradito ritorno. Quello di Xabier Iriondo, lo storico chitarrista italo-basco che aveva segnato con la sua anima più dissonante e dissacrante gli albori. I momenti migliori della band milanese? Probabilmente sì, sicuramente altri tempi. A dieci anni dal divorzio, ai tempi del doppio live pubblicato per la del live “Siam tre piccoli porcellin”. C’era ancora la Mescal. Gli Afterhours si dividevano la notorietà nella scena “rock alternativa italiana” con Verdena, Marlene Kuntz e poco altro. Cambiato qualche interprete e con qualche meteora in più nel desolante firmamento italiano, gli Afterhours provano ancora a dire la loro. E a dispetto del singolo di lancio, la grintosa, ma piuttosto scontata “La tempesta è in arrivo”, fanno un salto nel (loro) passato. Con esiti che risollevano la parabola discendente intrapresa da “Non è per sempre” in poi. “Padania” è un racconto deluso e doloroso in quindici atti, con due messaggi promozionali divertiti e demagogici (il primo comunque piacevolmente “Hai paura del buio?”) e uno stridente intermezzo strumentale à la Mercury Rev, “Iceberg”.

“Metamorfosi”, struggente primo atto, tributo più o meno spassionato a Demetrio Stratos, è il prologo ideale. Forse il momento più alto dell’album che con quell’esplosione finalmente autentica. “Terra di nessuno” conferma subito lo smaltimento di quella plastica degli ultimi episodi di un gruppo che stava pericolosamente tramutandosi in una Manuel Agnelli Band. “Costruire per distruggere” più della titletrack sembra veramente riportare tutto indietro a quindici anni fa. Melodia italiana essenziale ed efficace, ritornello corale e liriche tra il crepuscolare e l’ermetismo non-sense. Le ballad, punto debole e melenso degli ultimi Afterhours, riacquistano colore e identità.

La voce del dispotico Beppe Grillo del rock italiano (ora indie-rock, per la scelta di darsi all’autodistribuzione) resta in primo piano. Ma appare più dimessa e sincera anche nelle fasi più pop. “Nostro anche se ci fa male” e la conclusiva “La terra promessa si scioglie di colpo” restituiscono alla band quella dimensione peculiare d’incontro tra musica leggera (o d’autore) italiana e rock indipendente americano dei primi anni novanta. Dei tempi in cui la band aveva provato senza troppo successo a proporsi oltreoceano per poi diventare molto più umilmente la risposta italiana agli Afghan Whigs del loro estimatore e amico Greg Dulli. “Io so chi sono” è emblema di questo ritorno agli albori, il frastuono di “Fosforo e blu” e “Ci sarà una bella luce” suonano come due outtake rivisitati da “Germi”. Con una maggiore consapevolezza e maturità che oggi li sposta da quelle tendenze verso ambizioni più free-jazz tra Pere Ubu e Fugazi (“Spreca una vita”).

Molti spigoli, molto coraggio nello stupire (e deludere) affezionati e seguaci dell’ultim’ora.
Pochissimi compromessi. La Padania è reale.

(68/100)

(Piero Merola)

24 Aprile 2012

2 Comments

  1. inject55

    24/04/2012 at 16:36

    morti e sepolti! 60/100

  2. Alessandro

    28/04/2012 at 16:08

    A proposito di cassandrate, anche “Polenta e kebab” dei Punkreas non scherza, uscita solo due mesi prima del Bossi-gate

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