TINDERSTICKS, “The Something Rain” (Constellation, 2012)

Con il loro nono album, il primo per la canadese Constellation, i Tindersticks di Stuart Staples, dopo venti anni di carriera intensissima, si confermano giganti assoluti del pop internazionale più raffinato, cui ha arriso il dono di una seconda quanto del tutto insperata giovinezza creativa. “The Something Rain” è un disco che non offre nessuna via di fuga, oppure che ne offre infinite, languido e notturno, adagiato con dolcezza su pezzi mediamente lunghi, a cominciare dai nove minuti inaugurali della strabiliante “Chocolate”, enigmatica come il ghigno di un Marlon Brando prima del suo ultimo tango parigino, nella quale si ritrova peraltro un’eco significativa del lavoro svolto dalla band inglese per conto della regista Claire Denise (di recente compendiato in un sontuosissimo cofanetto).

Brani come “Show Me Everything”, “Slippin’ Shoes” o “This Fire Of Autumn” (tra i momenti più alti), scivolano via su registri sospesi tra l’allucinato e l’agrodolce, disegnando curve lente e increspate come il fumo verdognolo di una Gitanes gustata ad occhi chiusi. La carezza sinuosa del cool-jazz più misurato (il lavoro sui fiati è del resto un vero e proprio romanzo nel romanzo) si spande su un velluto di suggestioni vagamente lounge (sentite “Medicine”o “Come Inside”), schiudendo a poco a poco un suono vischioso, ramato, da studiare e godere in controluce, in ogni suo dettaglio e penombra, assaporando il gioco sottilmente lascivo dei suoi liquidi riflessi e delle sue iridescenze. Ma colpisce anche la forte drammaturgia che la band adopera nell’intreccio delle trame strumentali, (“Frozen” in questo senso ne è un esempio perfetto), tanto che non si può parlare di canzoni convenzionalmente intese, quanto piuttosto di interludi, di parentesi liriche dilatate oltremisura, che vanno a perlustrare un acquario metropolitano nel quale le visioni nuotano furtive, avvolte nel buio, con agilità godardiana, tracciando ellissi e cambi di passo degni del migliore romanzo noir.

All’ombra di “Goodbye Joe” è forse possibile rubare una promessa d’amore, un bagliore corsaro di ultima gloria prima che tutto si dissolva per sempre. La voce di Staples, dal canto suo, officia come nessun altra la liturgia di un romanticismo lacerato, che si congeda da sé stesso, in bilico tra Scott Walker e Leonard Cohen.
Comprate dunque questo disco ma anche un capello e un impermeabile, possibilmente con il bavero alto. Come dice infatti il poeta, in questo “The Something Rain”, tutto intorno è solamente pioggia… e Francia.

78/100

(Francesco Giordani)

26 Marzo 2012

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