THE SHINS, “Port Of Morrow” (Aural Apothecary, 2012)

Sarà pur vero che gli Shins ormai sono James Mercer, ma non per questo è bastato il progetto Broken Bells a placare il prolungarsi della fame di Shins. Per quanto il progetto nato dalla collaborazione con il produttore e polistrumentista Danger Mouse abbia dato i suoi frutti, con una formula in parte coraggiosa, senz’altro d’effetto.
La band nata in New Mexico, ad Albuquerque, finalmente torna. A cinque anni da quel “Wincing The Night Away” troppo sottovalutato, in parte per il proliferare di nomi nuovi contemporaneo, poi spesso scivolati nel dimenticatoio, in parte perché ripetere i fasti di un album clamoroso e simbolo degli anni Duemila quale “Chutes Too Narrow” sarebbe stato un miracolo per pochi eletti.

Port Of Morrow che dà il titolo all’LP è una località dell’Oregon poco degna di nota. Mercer e soci sono infatti ormai di stanza nella capitale dello stato, Portland, una delle nuove isole felici per intere comunità di sedicenti hipster, artisti musicologi e musicisti. E la storica Sub Pop è stata abbandonata per affidarsi alla Aural Apothecary, l’etichetta del frontman hawaiano. Negare che gli Shins siano ormai diventati una creatura di Mercer è sempre più arduo. Ma ciò che conta sono gli esiti. A partire da “Simple Song”. Il brano è a partire dal titolo e dalla sua struttura un manifesto programmatico del quarto LP. Un capolavoro di semplicità e banale maestria pop. Chitarre schiette e sincere, poche pretese innovative e un suono che sembra allontanarsi dalle sghembe suggestioni surf che avevano caratterizzato le ultime produzioni.

La band che lo affianca è completamente ristrutturata. Ci sono due cantautori-amici Jessica Dobson e Richard Swift, il batterista dei Modest Mouse drummer Joe Plummer e and Yuuki Matthews ex-bassista di un’altra gloriosa band del Washington, i Crystal Skulls. Le sonorità da subito appaiono più limpide e ariose. Per brani meno acerbi e figli della migliore tradizione dei fuoriclasse del pop. Da “The Rifle’s Spiral” a “Bait And Switch” Mercer sembra abbandonare i polverosi scantinati lo-fi per imprevedibili soluzioni da figli (o generazionalmente nipoti) di XTC e dei Fleetwood Mac (“No Way Down”). La complessità delle sovrapposizioni delle voci lascia il posto a una nuova complessità, quella degli arrangiamenti e delle armonie. La voce sempre melodiosa e in vena si sposa alla perfezione con il fiorire di accordi, incursioni sintetiche e sottili orchestrazioni. Anche nei momenti più folk, da “September” a “It’s Only Life” si ha come l’impressione di avere a che fare con una band che non sarebbe nulla senza i Neutral Milk Hotel. Senza però ripudiare una ricercatezza e una cura del dettaglio da fan dei Big Star. E una canzone impeccabile come “No Way Down” o in un certo senso anche “Fall Of ’82” riassume il succo di questo nuovo equilibrio.

Gli Shins divenuti improvvisamente adulti? Si, ma è anche vero che Mercer ha ormai quarantadue anni e può ormai prendersi il lusso di ostentare una certa sicurezza nel mettersi sulla scia del cantautorato dei Love o George Harrison in “For A Fool”.
Maturi, ma non invecchiati, né è invecchiata la vena cantautorale, nella semplicità quasi imbarazzante di una “40 Mark Strasse” o nella titletrack di chiusura, di un’eleganza morbida tra black e Feist.

“Port Of Morrow”, l’approdo alla volta di una nuova complicata semplicità, altamente rigenerante.

81/100

(Piero Merola)

19 Marzo 2012

1 Comment

  1. duilio

    27/03/2012 at 12:19

    carino ma con vari momenti di dejavu statico! 60/100

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