IL TEATRO DEGLI ORRORI, “Il Mondo Nuovo” (La Tempesta, Universal, 2012)

Caro Pierpaolo,

è da qualche giorno che mi stava balenando l’idea di scriverti una lettera. Non chiedermene il motivo visto che non ci conosciamo, salvo qualche sporadico intervento sulla tua pagina Facebook. Probabilmente sentivo l’esigenza di fotografare, anzi gettare su carta alcune istantanee che mi legano al tuo percorso artistico.
Ad esempio, mi ricordo ancora i vecchi concerti con gli One Dimensional Man, quando tu ti reggevi a fatica sul palco e Davide sparava le sue stronzate al microfono. Oppure i live legati alla prima tournèe del Teatro Degli Orrori, in cui la rabbia veniva intervallata a sermoni che stavano tra il polemico e l’alcolemico. O il bellissimo concerto a Casalpusterlengo davanti a 40 persone. Ero in compagnia di un mio carissimo amico e avevate spaccato il culo. Nel dietro le quinte insistevate nel sostenere che il pubblico del sud avrebbe reagito in ben altra maniera rispetto ai musoni del nord, mentre io mi trastullavo perchè indossavo la stessa maglietta di Franz Valente (dei Melvins, con quella scritta alla Kiss). Oppure mi ricordo di te durante il lungo tour di “A sangue freddo”, in cui apparivate spesso molto stanchi, in cui spesso vestivi i panni di predicatore più di cantante, la qual cosa mi irritava un po’ visto che di politici e predicatori l’Italia ne è piena. Alcune volte io e la mia ragazza ce ne siamo andati prima della fine, devo essere onesto.

Poi che successe? Il ritorno degli One Dimensional Man che non ho mai digerito particolarmente, soprattutto ascoltando “A better man”. Mi mancavano i Jesus Lizard, i Jon Spencer iniziali, i Birthday Party e i Chrome Cranks. In sede live non eravate male, vah. La liquidazione momentanea del gruppo, compreso quel Valente fenomenale. Probabilmente fasi indispensabili per ricostruire i tasselli di un puzzle che risultava sfaldato.
Momentanee della mia vita personale che si intrecciano alla tua proposta musicale. Spesso parlo meglio di me che di quello che ti vorrei far percepire, e in questo potremmo essere simili. Mentre ti scrivo sto ascoltando “L.a. woman”, non so se apprezzi i Doors. Io li adoro, e questo disco è riuscito a fotografare perfettamente la California di quegli anni, come tu sei riuscito a fotografare alcune contraddizioni care al suolo italico.

Qualche giorno fa mi si è presentata la possibilità di poter recensire il nuovo disco del Teatro degli Orrori, e mi sono offerto da subito. Ero prevenuto, lo confesso. L’ascolto di “Io cerco te” mi aveva turbato. La considero una paraculo hit con un paraculo sound, oltre a trovarla scontata in alcuni passaggi. Salvavo solo qualche inserto chitarristico alla Chris Isaak sparso qua e là. Inoltre non mi fidavo delle recensioni lette prima dell’uscita del disco. Si parlava tanto di testi, ma di musica poco, per cui non riuscivo a capire chi avesse ascoltato cosa.
Amo la musica, lo avrai intuito. Amare la musica è una parte dell’amare la vita, come tu fotografi benissimo in “Rivendico”, ricca di sonorità che richiamano il vostro miglior passato.
Ero pronto a stroncarvi, insomma. Eppure sono corso ancora ad acquistare il vostro disco e ho ancora goduto nel poterlo scartare,nello sfogliare il libretto, nel sentire quell’odore di plastica nuova (alla faccia del consumismo). Sai, suono pure io in un gruppo ed ero entusiasta nell’avere in mano il nostro primo EP qualche mese fa, te lo farò ascoltare se lo vorrai.

Ho ascoltato diverse volte “Il Mondo Nuovo”, ho dovuto assimilarlo per capire alcune novità e per confermare alcune certezze. Quando ho sentito “Non vedo l’ora” ho esclamato: “Mio Dio! Questa è veramente bella”. Le sonorità strizzano l’occhio all’impero delle tenebre, il break strumentale sembra suonato dagli Zu, il testo dal vangelo secondo Capovilla è esilarante.
Subito dopo “Skopje” introduce alcune delle eroine che popoleranno per più di un’ora le casse del mio stereo. Mi piace il fatto di far risaltare la figura femminile, soprattutto perchè uno stato maschilista come il nostro ha bisogno di essere preso a calci nei denti sull’argomento. Comunque le chitarre tra gli Shellac e i Placebo di “A better end” (non ti incazzare) funzionano magnificamente, come del resto l’ottimo finale distorto.
Ci sono altri apici, ad esempio “Cleveland/Baghdad”, canzone con la C maiuscola, con violini da brividi e un’ottima parte lenta, se così la possiamo definire. Oppure “Martino”, cattiva, ritmata. O “Pablo”, con quel crescendo che mi richiama un pezzo di qualche anno fa degli Einsturzende Neubauten. Che dire di “Adrian”? Atmosfera lugubre, testo tra il sarcastico e il raccapricciante, chitarra alla Tool durante la prima metà del brano, mentre il finale è permeato di noir ed elettricità.

Non nego che qua e là mi sono annoiato un pochino, tipo durante la quadrilogia di personaggi in sequenza. Ma il bello della musica è il sapere che nessuno ha in mano la verità, quella la può conoscere solo il nostro udito, percependo le cose in modo assolutamente diverso da persona a persona. Certo, “Cuore d’acciaio” me la sarei risparmiata, non per Caparezza, personaggio che dà molto peso alle parole e di cui ho ascoltato pure qualche disco. E neppure per colpa degli Aucan che trovo noiosi e a tratti irritanti. Il punto è che il coraggio di sperimentare, in questo caso, mal si sposa con il vostro sound, rendendo il pezzo una canzonetta che si perde in mezzo a tante belle canzoni.

Sarò stato prolisso, ma ci tenevo a renderti partecipe al piacere che ancora mi regala un certo tipo di musica.
Come dici tu: “Benvenuti in Italia, dove niente è impossibile”, anche ricredersi su una cosa che si dava già per scontato. Grazie per aver letto questa lunga lettera.

Con affetto.

(Matteo Ghilardi)

74/100

5 febbraio 2012

10 Comments

  1. Pierpaolo Capovilla

    06/02/2012 at 20:59

    Ecco un ragionamento, una riflessione, una considerazione, di cui condivido lo stile e la forma. E voglio ringraziarti.
    Il merito delle tue riflessioni, non lo condivido.
    Ciò che segue non è che la mia opinione, e vale quel che vale, cioè niente, visto che io sono il cantante de Il Teatro degli Orrori, ed ogni mia parola, di qui in avanti, sarà agiografica.
    Matteo, io sono convinto che abbiamo fatto un gran disco, e vorrei dirti il perché.
    Perché abbiamo avuto il coraggio di fare un disco che non si presta ad un ascolto rapido e superficiale. Non è da tutti, oggi, tentare la via della riflessione e dei “tempi lunghi”: ma siamo musicisti seri ed impegnati: non cadiamo, e non cadremo, nella trappola dello show businness. Checché ne dicano i numerosi anonimi sperticantisi delle loro maligne insinuazioni.
    Abbiamo anche rimesso in discussione noi stessi, ed abbiamo cercato di sviluppare qualcosa di nuovo, che fuggisse dai cliché che hanno dominato fino a ieri il nostro repertorio, senza disconoscere le nostre origini, anzi, approfondendone il significato e la forza.
    Perché abbiamo voluto parlare di un tema vero, l’immigrazione, e lo abbiamo fatto in un momento del decorso storico così specifico e significativo in cui si dibatte e si dimena la nostra società. Il migrante è uno di noi: il migrante sono io: nel disco il punto di osservazione narrativo ha caratteristiche volutamente evangeliche, imperniato com’è nei valori della pietas e della fratellanza.
    Perché questo disco, come gli altri, è un gesto politico: di politica culturale, ed è coraggioso nella misura in cui è coraggioso avvinghiarsi nel tema dell’immigrazione senza cadere nella retorica, sfidando la pigrizia culturale di molti, troppi nostri estimatori e detrattori. Io non bado molto ai social network, e so dar loro il peso che meritano, ma moltissimi commenti a questo disco mi hanno certissimamente amareggiato per la loro superficialità, mancanza di analisi, inconsistenza critica, impulsività interlocutoria, e mi hanno restituito l’immagine di una società italiana affatto giovane, ma giovanilisticamente ignorante ed inconsapevole, incapace di guardare lontano, incapace di guardare vicino, ed incapace di guardarsi allo specchio senza narcisismi.
    Perché questo disco è un tentativo di svolta e di scelta, e rappresenta il mio e sopratutto il nostro desiderio di rimettere in discussione la nostra “arte”. Non c’è risparmio qui. C’è spesa: ci spendiamo nello sforzo di crescere, e cercare una nostra cifra artistica, che deve essere coerente con il nostro passato e con il nostro futuro: io ho ciò che do, diceva il poeta. Perché crediamo nel nostro lavoro e crediamo nella buona musica, e non ci accomodiamo nel comodo sofà del già fatto e già detto, ma , come è nella nostra storia e nella nostra attitudine, scendiamo in strada a camminare fra la gente.

    La tua “lettera aperta” è bella, sincera, onesta. Non lesina dubbi e timori. Per questo, mi commuove un po’ e mi fa ben sperare.
    Con rispetto, stima, e amorevolezza.
    Pierpaolo

  2. Matteo Ghilardi

    06/02/2012 at 21:34

    Sono onorato per averti trasmesso emozione, quella che tu sei riuscito a trasmettermi in questi anni. Come avrai notato a me il disco è piaciuto, poi le mie considerazioni sono assolutamente soggettive e non assolute. Concordo con te su critiche, stroncature lette su altre riviste che non condivido assolutamente, un po’ perché superficiali, un po’ perché sanno di sentenza per ascolto vago. Principalmente, secondo me, perché un disco di questa lunghezza e per di più pensato, è giustamente ambizioso, perciò più difficilmente assimilabile nell’immediatezza. Ovviamente non dare peso al mio voto, numeri che spesso non danno un senso all’opera. Quello che ti posso dire è che ho gradito il disco. Ho la sensazione che crescerà di peso con il trascorrere degli ascolti. Con sincero rispetto, ci si vede prossimamente a un vostro prossimo concerto, tipo al Live di Trezzo o al Latte Più di Brescia. Ora deciderò la location! Matteo

  3. daniele mei

    07/02/2012 at 00:34

    Pensavo di trovare un disco stancamente conseguente agli altri due precedenti peraltro bellissimi, ho scoperto in una decina di ascolti completi e ad alto volume (finalmente un disco che si può ascoltare anche ad alto volume senza distorsioni!!!), senza esagerare, un nuovo Rimmell, un nuovo (appunto) Storia di un Impiegato, una nuova Anima Latina, un nuovo Ko De Mondo, un nuovo Wow, questo non è un disco che finisce oggi, questo è il miglior Album del Teatro Degli Orrori, questo spacca e la frattura non si rimargina.

  4. Rio

    07/02/2012 at 07:47

    volete anche dei pasticcini? E questa sarebbe una critica?
    Togliere i commenti, bel modo di essere democratici… sembrate Berlusconi,,,,niente opposizione altrimenti chissà cosa pensa il popolo!

  5. Giovanni

    07/02/2012 at 16:50

    Concordo sul concerto di Casalpusterlengo (ero tra i 40….straordinari….di un’intensità travolgente)

  6. Feno

    08/02/2012 at 08:05

    Onestamente questo entusiasmo non lo condivido. Il disco è una vera delusione. Non assolutamente al livello del precedente. 50/100

  7. mery

    09/02/2012 at 13:01

    Una recensione che è una lettera al cantante del gruppo che poi risponde con un commento di un’autoreferenzialità che sfida il buon gusto. Per favore, che tristezza.

  8. Matteo Ghilardi

    10/02/2012 at 12:19

    Mery, potrei condividere pienamente il tuo punto di vista? Poi non so se la tristezza è motivata dalla lettera oppure dalla risposta. Quello che ho scritto è stato un modo per differenziarmi dalle solite recensioni. Ne ho lette diverse e nel 90% dei casi si assomigliano tutte. Mi piacerebbe capire, nel modo più eteroreferenziale possibile, cosa ne pensi de “Il Mondo nuovo”. I commenti su Kalporz servono proprio a capire cosa ne pensate del disco, del live report, della recensione, visto che nessuno di noi ha la verità in mano su un argomento così soggettivo come la musica. Grazie.

  9. Fab

    14/02/2012 at 12:50

    ma ormai vi fate i pompini a vicenda? che tristezza…

  10. Matteo Ghilardi

    18/02/2012 at 14:37

    Fab, c’è Debaser per i tuoi commenti. Grazie

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