COMMA, “Visionario” (MK Records, 2011)

Al singolo di successo “L’Escluso”, Pierpaolo Mazzulla – in arte Comma – fa seguire un album asciutto e diretto in cui mette lo zampino anche Valter Sacripanti, alla batteria in tutte le tracce.
Nei testi di Andrea Orlando ci si può facilmente identificare. Fanno presa senza essere mai banali, con punte di notevole poesia esistenziale (“Fame”). La musica accoppia con equilibrio power-pop, rock e new wave, come nella title track, che stempera riff hard di basso e chitarre sostenute con pennellate di Fender Rhodes e synth, quasi a rievocare certe atmosfere del migliore pop anni ottanta. Ma è soprattutto il trittico centrale – “Anime”, “Avrei voluto amore”, “Granello di cielo” – a riassumere in modo efficace lo stile del cantautore calabrese: un rock grintoso, pressoché classico, la prima, con le chitarre in primo piano; un pezzo decisamente più screziato il secondo, una ballad romantica molto ben scritta che, fra echi neanche troppo lontani dei Simple Minds, suscita più di un’emozione; un delicato e sognante trio voce-piano-fisarmonica la terza, di grazia quasi fanciullesca.

“Visionario” è il disco che non ti aspetteresti nel catalogo MK, un piacevole imprevisto che esibisce un indubbio potenziale da classifica. Niente folk, niente influssi etnici: solo musica pop – anche nel significato più letterale del termine – che riesce a mettere d’accordo nuove tendenze e influssi del passato, che si rivolge ad un vasto pubblico senza svendersi o involgarirsi, con un’eleganza essenziale e lineare.
Il comma, in qualunque accezione lo si voglia considerare, è qualcosa di piccolo, talvolta minuscolo, ma che può determinare il carattere di un suono e di una legge o la comprensione di un documento antico. Piccoli mondi insomma, come quelli cantati da Franco Battiato in una certa fase della sua carriera, che traggono la stessa origine da moti interiori dell’animo. Ma declinati diversamente. Non sono “mondi lontanissimi” questi, proiezioni esterne dell’io, bensì dell’io sono parti costitutive: dieci diverse frequenze di un unico suono. Se “L’inizio della fine dell’amore” è da confrontare con pezzi come “Il mito dell’amore” e “I giorni della monotonia”, “L’odore del dolore” è l’elegia di una passione nata tra le nebbie dell’infanzia, dolce come una ninnananna. Idealismo, ricordi, amori, malesseri, orgoglio, disgusti e tenerezze: una perentoria rivendicazione di poesia delle piccole cose in nome dell’autenticitò del sentimento e della capacità di emozionarsi.

75/100

(Federico Olmi)

11 ottobre 2011

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