CHROME HOOF, “Crush Depth” (Southern, 2010)

Concettualmente i Chrome Hoof sono una band al di là del bene e del male. Un’orchestra bizzarra da cui potersi aspettare tutto e il contrario di tutto. Divertono e si divertono, costruiscono e demoliscono, prendono in giro facendo sul serio e fanno sul serio prendendo per il culo. Suonano funk e insieme doom, usano l’elettronica e i ritmi del soul più caldo e viscerale, esprimono durezza e ossessività e al contempo cercano l’immediatezza e la libertà della forma libera, nel jazz primitivo e nell’accento, giocano al futurismo-krout-minimalista reimmergendosi in un’amalgama di suoni e riferimenti massimalisticamente passati. Quando fanno i difficili risultano deliziosamente facili e quando fanno i facili si colorano di ombre e di elementi ermetici. Come sciamani psichedelici consapevoli della legge del pop e della lezione sul postmoderno. La loro sperimentazione è appunto estrema, nel senso che tende a riempire e sottolineare i contrasti, le analogie impossibili, la presunzione e l’incontrollabilità della pura musicalità. Il loro dionisismo è così continuo e insistito da poter risultare artificiale, ossia calcolato od organizzato. Questa è, infatti, la fondamentale contraddizione che ne limita l’assoluto valore e lo speciale furore: Dioniso non vuole controllo, né studio, perché incapace di sopportarne la logica e l’aggressività di significato e per questo cambia forma e si nasconde, si offre e si allontana senza alcun senso. Non dico che la band sia, all’opposto, tutelata dall’ordine apollineo, sarebbe falso. Ma è chiaro il pensiero, il metodo, che sottende l’intero progetto, la volontà progressiva che limita e sostiene la ragione irrazionale di ogni nota e che un po’ svilisce l’ispirazione genuina. Nel loro suono e nella loro presenza coraggio e genialità sono così ostentati da risultare indigesti: tutto è consciamente kitsch, storicamente interiorizzato e riflettuto nella relatività e nulla è davvero ingenuo o diretto, anche la stessa ingenuità. Imperfettamente pop perché volontariamente oltre il pop. Semmai dovremmo chiamare in causa Ermes, il dio dei furbi, dei ladri, dei travestimenti e delle interpretazioni. Così i Chrome Hoof rubano ai Funkadelick, alle colonne sonore dei B movies italiani degli anni ’70, ai Black Sabbath, ai Primus e a Sun Ra qualsiasi elemento affascinante e poi rimescolano il tutto, intorpidiscono le acque, generando una confusione voluta nella quale far convivere, reagire e accoppiare gli ingredienti. Il loro primo album (“Pre-Emptive False Rapture” del 2007) ci aveva incantato proprio grazie a queste qualità e forse tutti ci aspettavamo la rivoluzione della rivoluzione. Ma tale profondità dialettica non appartiene alla superficiale furbizia di Ermes, al suo vitalistico funzionalismo. Così l’orchestra londinese si accanisce in una celebrale autoindulgenza che suona bene, stupisce e diverte come al solito, ma che un po’ delude nel profondo. I cambiamenti in atto sono, infatti, marginali: più spazio per violini, i falsetti e le fughe elettroniche; maggiore concentrazione heavy o R&B, più eterogeneità storica, o maggiore contaminazione, a turno. Tutto è ancora potente e dinamico fino allo spasimo e la cantante Lola Olafisoye raggiunge picchi di isteria e liricità inauditi. Langue la pura e semplice eccezionalità. “One Day” suona come un barocco viaggio spaziale, disco-jazz e super funk, sincopatissimo ed epico, che, però, non oltrepassa il cielo del ragionato, nonostante l’infinità di idee e di colpi di genio giocati l’uno dopo l’altro. Come a dire che il troppo storpia. “Cristalline” è un pezzo per schizoidi impasticcati, incantato da un assurdo intermezzo di violino e dall’allucinante cantato doppiato da effettini elettronici e di chitarra. C’è l’ardire e la gioia del suonare e la sfacciataggine di una geniale melodia da euro-dance, ma manca l’espressività indicibile che cattura a priori. Il lungo delirio strumentale di “Sea Hornet” si perde nella sua auto-retorica prolissità: parte come un incubo afro-krout, giocando sul tribalismo minimale delle percussioni e sulla potenza del basso, poi si trasforma in un malata cavalcata esoterica diretta da tastiere horror e i cambi di tempo jazzeggianti, poi vira nel ritmo a là Mr Bungle e si distrae con interventi di chitarre incazzate o di esplosioni pop-fantasy. Il tutto con fredda nevroticità, ossia con dispersione di profondità. Ogni tanto sembra di riascoltare l’arrogante e insopportabile pazzia di Frank Zappa, quella finta libertà che è più maniera che passione, o una intellettualizzazione di Sly and The Family Stone, come nel pur delizioso grand guignol revivalista di “Bunkers Paradise”. Una sicura hit per gli adolescenti marziani sarà “Towards Zero”, un grandioso strumentale rock-funk, forte e incalzante, suonato con violenza hard rock e grandiosità sinfonica, impreziosita da momenti pseudo-metal e trance: un vero guazzabuglio antologico e creativo di atmosfere, stili e forme di suoni. Più elettronica e “facile” la patinata “Vapourise”, dominata dal basso brillante di Leo Smee (la mente dei Chroome e, per chi non lo sapesse, il bassista dei Cathedral, storico gruppo doom metal inglese) e dalle ariose incursioni space-synth. Ma anche questo momento del disco appare come un’immobile ostentazione di movimento, una gelida esperienza d’infuocata ispirazione. Il gran combo di astronauti incappucciati ha, quindi, prodotto un buon album, scoppiato e esilarante come da copione. Questo, appunto, il problema principale. Che suonano come i Mars Volta più allegri e funk-orientend… Per stupirci dovevano forse presentarsi in tre e incidere una bella cafonata retro-grunge. Non lo so.

(di Giuseppe Franza)

Collegamenti su Kalporz:
Chrome Hoof a Italia Wave 2008 (18.07.2008)

06 novembre 2010

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