APPALOOSA, (Urtovox / Audioglobe, 2009)

C’è un film che in questi giorni sta scuotendo la Toscana e che lancia messaggi scomodi contro il “sistema costituito”, dalla parte dei trentenni ovvero di tutti quei giovani che sono ancora esclusi dal giro di giostra perché ancora ci sono degli altri che non vogliono lasciarla, la giostra. Si chiama “La Banda del Brasiliano” e non sorprende trovarci, tra gli artisti che hanno contribuito alla colonna sonora, i livornesi Appaloosa: il loro terzo lavoro, “Savana”, uscito a fine novembre 2009, è un concentrato di rabbia degna del Brasiliano, potente ed imperante.

Musica sostanzialmente strumentale, con un paio di concessioni al cantato, aggressiva come il Teatro degli Orrori (infatti il disco è prodotto da Giulio Favero…) ma più precisa, si potrebbe dire quasi geometrica. Come degli ingegneri in distorsioni mastodontiche gli Appaloosa seguono riff che non si autoconcludono mai riavvitandosi in qualcos’altro: un viaggio fatto di semicurve in cui non si riesce mai a scorgere cosa c’è poi. Avete mai guidato sulla sinistra, in un paese anglosassone, in montagna, con il posto di guida a sinistra? Ecco così, come quando si prendono le curve a sinistra e la visuale è del tutto oscurata, per un attimo non ci si immagina il prosieguo ma è solo un’impressione, la strada c’è ed è già lì che ti viene incontro. Geometrie progressive con bassi portentosi (“Minimo”, ma anche “Civilizzare”, forse il pezzo migliore del disco), contaminazioni elettroniche essenziali che fanno volgere a tratti gli Appaloosa dalla parte dei Battles e del loro math-rock, ma Livorno è più casereccia di NY e finisce così che la matematica si sporca inevitabilmente con la cultura latina (“Bostongigi” non potrebbe essere la soundtrack di un poliziottesco italiano degli Anni Settanta? Sì, lì dalle parti dei Calibro 35, ci siamo già capiti…).

Una serie di sfaccettature, dunque, che non ci lasciano sereni nel descrivere questo “Savana”, in cui capita anche di imbattersi in una canzone dal cuore soul (“Mons Royal Rumble” pare un incrocio tra i Faith No More e i Simply Red) che per fortuna scioglie un po’ l’atmosfera oppressiva che permea sulla savana livornese, perché alla lunga forse solo l’effetto cappa nucleare è l’unico difettuccio del disco. Effetto voluto, certo, ma non per tutti i palati.

Le quattro scimme in copertina se ne strafregano: a loro il sole postnucleare non può fare proprio nulla. Si modificheranno geneticamente?

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