Appena un anno fa, i newyorchesi Fever si erano candidati come band più inutile di sempre autrice del disco più brutto di sempre, “Red Bedroom”. Ora cambiano completamente le carte in tavola, passando dal punk-funk ad un’eterogenea dimostrazione del fatto che loro, la musica, la ascoltano eccome. “In The City Of Sleep” dura quasi un’ora e, nell’arco di quattordici canzoni, cerca di mettere dentro tutto quello che i Fever hanno assimilato dalle loro esperienze di ascoltatori. C’è di tutto, qui dentro. Dal pop beatlesiano al blues mutante alla Jon Spencer, dalla no-wave alla new-wave, dall’elettronica-punk, dai Suicide al Pop Group passando per i Gang of Four. Un’insalata colossale che si dimentica di fare i conti col fatto che quantità non è uguale a qualità mettendo dentro troppi stili e generi musicali, i Fever non riescono a farne bene nemmeno uno e se prima erano inutili ed innocui, adesso sono anche pretenziosi. Che forse è anche peggio.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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