MADONNA, Confessions On A Dance Floor (Warner Bros., 2005)

A chi non è fan di Madonna, come il sottoscritto, ascoltare “Confessions On A Dance Floor” ha fatto rimanere assolutamente basito. Ci si aspettava una cosettina così, tipicamente ligia a certe regole preconfezionate radio-oriented con il solito obiettivo del trasformismo per far parlare di sé e per riuscire – come sempre si riconosce all’ex material girl – ad anticipare (o meglio, a dettare) le mode. Nulla più, e forse anche meno. Invece non si è potuto che ammettere che – come aveva fatto già notare qualche giornalista scafato con le spalle larghe per sopportare le bordate del fuoco della critica più intransigente – l’ultima prova di Madonna è un album perfettamente funzionante, coinvolgente e diretto. Una delle migliori cose ascoltate l’anno scorso, tanto che è finito nella personale classifica dei Musikàl Awards. Canzoni che non si perdono nell’autocelebrazione (e Madonna ne avrebbe già tanta da fare…) e che sfruttano tutto il conosciuto del meglio del mondo dei dance floor e dei dj set più alternative-cool. Quelli dove chi balla è rivolto verso il dj come in un rock concert, tanto per intenderci.

L’entourage della mogliettina di Guy Ritchie si è affidato a Stuart Price, mente di quei Les Rythmes Digitales conosciuti al grande pubblico dopo che nei forum si sprecavano le domande per scoprire di chi fosse la colonna sonora del tal spot (che tristi forum…). Il risultato è un sound elettronico che mischia tutto: in “Future Lovers”, ad esempio, convivono Donna Summer con la febbre del sabato sera e i Simple Minds del nuovo sogno dorato (!?), ovvero gli anni Settanta che flirtano e amoreggiano con gli Ottanta. Impossibile, si direbbe, invece ecco qui. Ma ci vogliamo dimenticare di questo decennio, dove si reinterpretano gli Ottanta con piccole variazioni sul tema? No, quindi “Sorry” punta su un riff alla Felix The Housecat mentre “How High” è quello che i Goldfrapp vorrebbero fare se fossero capaci di farlo. Una volta fanno anche una comparsata i violini della fase ‘Papa Don’t Preach’ (nell’intro di “Let It Will Be”), peraltro è solo un richiamino del marchio di fabbrica perché quando parte il pezzo gli Hz si fanno asciutti e asettici come nel miglior club del pianeta, pronti per aprire il charleston e i battiti di mano nel ritornello.

Le “confessioni” si mixano, continuano a pompare e si uniscono in un unico inscindibile che scoraggia dallo schiacciare tasti gettonati come lo skip. E non si sono ancora raccontate le vette indiscutibili dell’album: una di queste è “Forbidden Love”, la cui atmosfera poteva essere opera degli Air più scuri e inaccessibili, quelli in cui una coltre di synth e vocoder fanno la spola da un punto all’altro delle perfette frequenze dell’elettronica nobile, come se i Kraftwerk fossero riletti magnificamente dai Royksopp. Una delle altre cime la conoscete tutti, ed è quel singolo più azzeccato di un terno al lotto che è “Hung Up”, che in questi giorni ha superato le 100.000 copie vendute della suoneria per telefoni cellulari. Considerazione a latere: ormai ci si deve abituare – purtroppo – a queste statistiche. E’ davvero desolante, lo si deve riconoscere, che metro delle vendite siano i telefoni cellulari e non la musica in se stessa, ma è così. Fine della divagazione e ultimo appunto: a noi piace molto anche “I Love New York”, il pezzo più Madonna-style con non troppo velate influenze New Order.

In definitiva le canzoni di “Confessions…” sanno colorare il mondo attorno a loro, sanno mettere il rosso e il giallo dove potrebbe regnare un verde marcio, e basta con i triti biancoenero da televisore degli anni Sessanta. Una volta si andava a letto con Madonna, ora sono i suoi figlioletti che vanno nel lettone con lei (citando un azzeccato titolo di una rivista), ma il mondo del pop mainstream non è cambiato. Amante o madre, è sempre lei il riferimento.

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