INNOCENT X, Haut/Bas (Label Bleu, 2002)

Primo album della ambiziosa band francese formatasi nel 2000 dall’incontro di Etienne Bonhomme, batterista dedicatosi per parecchi anni al jazz, Pierre Fruchard, chitarrista fondatore del collettivo Les Estrangers, e Cédric Leboeuf, anch’egli chitarrista e membro di Les Estrangers.

Dalla fusione di hard, brume psichedeliche, chitarre perlopiù trattate e rivisitazioni pop – tutte caratteristiche al passo coi tempi – esce più che altro un campionamento, un collage, di gradevolezze già sentite: dal non troppo originale riff ripetuto di “Asphalte” agli accordi molto Radiohead di “Morose”, dai toni crimsoniani e relativi esperimenti atmosferici alla Fripp di “Justice Limite” al looping di “Premier Baiser”, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un tentativo a vuoto di sottrarsi gli schemi. Il problema è che ai giorni d’oggi, quel che sta apparentemente al di fuori degli schemi è schema esso stesso: e il valore di una composizione risiede più che altro negli elementi intrinseci.

Il disco è indubbiamente ben suonato ma non cattura mai veramente l’ascoltatore: mancano momenti liberatori e passaggi chiave, mentre predomina un’atmosfera pesante e un po’ claustrofobica. Il momento forse migliore, il finale di “Mylène”, più arioso e orchestrale, arriva proprio in conclusione e non ce ne accorgiamo quasi.

Abilmente mascherato, il principio informatore di questa musica è sostanzialmente la tecnica del looping, della ripetizione (e, nei risultati migliori, della abile variazione) di identici accordi e frasi musicali. Abbiamo già avuto modo di parlare di questa tecnica a proposito di un disco assolutamente radicale come “Transcollaboration” del duo Re:Cooperation. Mentre in quest’ultimo lavoro la tecnica produce risultati davvero inattesi di freschezza, con spunti melodici spesso davvero riusciti, atmosfere variate e mutevoli, in “Haut/Bas” essa viene utilizzata più occultamente e troppo rigidamente, meccanicamente: e i su menzionati accenni hard certo non aiutano. È indubbio che si rimanga un po’ delusi, a bocca asciutta, dalla sostanziale mancanza di dinamica e di sviluppo melodico di pezzi come “Asphalte” o (in buona parte) “Oui, Madame”. L’unico brano dove sia rintracciabile una efficace forma di crescendo e di modulazione melodica è la già citata “Mylène”.

Dunque, gradevolezza sì, ma poco più, in attesa dalla imminente seconda fatica del trio.

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