PJ HARVEY, Uh Huh Her (Island / Universal, 2004)

Polly ti guarda minacciosa dalla copertina: la faccia in primo piano, l’espressione malevola; con questa foto e i titoli che richiamano immagini dal passato, viene spontaneo chiedersi se questo non sappia di autocelebrazione, ma “Uh huh her” non lo è affatto: si espone con una nudità quasi intollerabile, colpisce al volto.

Come proteggersi da questi suoni ruvidi e sinuosi, da queste frasi limate fino all’osso? Pare di ascoltare la tua ragazza cantare nella stanza a fianco, inconsapevole di essere ascoltata, e rimani sorpreso da quante cose pensi sul vostro amore e lei non ti abbia mai detto: disperazione, vergogna, odio, abbandono, solitudine, dipendenza, purificazione.

“The life and death of mr.Badmouth”, blues metallico dall’incedere pesante, introduce al disco senza essere accomodante, salvo poi aprirsi nel ritornello, una semplice richiesta: “wash it out”, lava le tue labbra gonfie di veleno. Il suono si distende in “Shame”, meravigliosa nel suo passo ritmato, la voce spiegata, i picchi emotivi che sa raggiungere anche nello stesso verso, i violini ruvidi e vibranti. “Who the fuck?” suona invece un po’ gratuita nella sua virulenza verbale (che riporta direttamente a “Sheela-na-gig”: “gotta wash that man out of my hair”, ricordate?), ma funziona ugualmente, e cresce nel finale, chitarra impazzita e voce deragliata: un vero ceffone elettrico.

“Pocket knife”, assieme al madrigale “No child of mine”, sperimenta un linguaggio inusuale per Polly Jean, e ricorda storie del patrimonio folk di ragazze che rifiutano il marito. “The letter” accende di nuovo l’aria, procede con foga wave per fiammate elettriche, mentre il testo lega passione sessuale e scrittura con intelligenti doppi sensi; “The slow drug” al contrario si fa minima, disperata: un pulsare digitale lento, violini pizzicati, l’amore è come una droga.

“Cat on the wall” riannoda il filo con “To bring you my love”, chitarre abrasive e l’organo a portare il suono verso l’alto; è l’ultimo momento aspro del disco, da qui in poi tutto scivola sottopelle: le percussioni orientaleggianti di “You come through”, il piano che guida una canzone innervata di rumore come “It’s you”; il piccolo diadema senza parole chiamato “The end”, armonica e chitarra; il raccoglimento sussurrato di “The disperate kingdom of love”, un brano meraviglioso che fa scomodare perfino un paragone enorme con Leonard Cohen. Il grido dei gabbiani porta alla conclusione tipica dei dischi di PJ, catartica e fremente: da un “tu” invocato con foga, insultato, accarezzato si passa a un “him”; i giorni scuri del titolo sono alle spalle, non resta che riprendere la propria vita, con addosso una cicatrice in più. Strana, dolorosa, nascosta. “Uh huh her” brucia come una ferita, ma incanta come un diamante grezzo.

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