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Damien Rice a Bologna: un concerto che sa di cristalli e malinconia
Sono andato a questo concerto dopo che il video di “Cannonball”, incontrato per caso, mi ha inchiodato davanti allo schermo. Quella chitarra, quella voce, quelle parole… sì, certo: Nick Drake. Oh sì, Jeff Buckley. Perché no, David Gray. D’accordo: e se fosse solamente una splendida canzone? È bastato questo a far sì che volessi rendermi conto di persona della bravura di questo piccolo irlandese di cui tutti parlano.
La mia macchina prende la direzione di Bologna, e trova un locale colmo all’inverosimile. Tutti qui per Damien Rice? Beh, difficilmente saranno arrivati per ascoltare un cantante (di cui, scusate, mi è sfuggito il nome) dalla voce profonda alla Mark Lanegan e le sue ballate grunge, e, molto probabilmente, nemmeno per vedere l’americano Josh Ritter, ragazzino che sembra appena uscito da un telefilm, oppure appena scappato da una confraternita. Voce e chitarra, parte ricordando Nick Drake, prosegue citando certo folk alla Townes Van Zandt e finisce per cantare cose che potrebbero benissimo fare da colonna sonora a “Dawson’s Creek”. Insomma, un set di livello un po’ troppo incostante per essere giudicato positivamente.
Dalla delicatezza di “Cannonball” alla furia improvvisa di “Cold Water” e Lisa Hannigan
Damien Rice, dunque. Sale sul palco e… beh, questo ragazzo può essere tutto meno che un bluff; la dolcezza infinita delle sue canzoni, del violoncello, della voce da elfo di Lisa Hannigan intrecciata alla sua mi incantano, letteralmente. Piccoli angeli fluttuano malinconici nell’aria, mille cristalli tintinnano nella sua voce: una malinconia carezzevole, di quelle che sono capace di farti male, se di fianco a te non hai nessuno da abbracciare, mentre le ascolti. È Lisa, stasera, a cantare “Cannonball”.
Quando, appena prima che leggerezze pensose (“Eskimo”, “Delicate”) e disperazione ( l’incanto straziante di “The blower’s daughter”, con l’ossessivo ritorno della frase “can’t take my eyes off you”) prendano il sopravvento, accade qualcosa: l’aria si muove, diventa improvvisamente fosca, gonfia di elettricità nervosa: è “Cold water”, trasformata in una corsa senza freni, improvvisazione ipnotica e perfetta, scambio l’Estragon per il Sin-é.
C’è ancora tempo per una “7 nation army” dei White Stripes suonata al violoncello, ancora le ultime malinconie tenui, in punta di piedi.
Usciamo dal locale, come al risveglio di un sogno dolcissimo.
(Daniele Paletta)

