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Fuori, un cielo basso e freddo, di quelli che ti annunciano l’inverno. Sul palco, invece, parole sussurrate e strumenti sfiorati, davanti a un pubblico silenzioso e partecipe di un piccolo e aggraziato incanto.
I Devics, band di Los Angeles con il cuore perdutamente rivolto all’Italia (è nato qui l’ultimo bellissimo “The stars at Saint Andrea”), salgono sul palco per un set acustico, in formazione ridotta alla sola cantante Sara Lov e al polistrumentista Dustin O’Halloran: suoni che ben poco sanno di West Coast e scelgono sfumature minime e ammalianti di una dolcezza soffusa e pervasiva; le atmosfere alla Mazzy Star, un ricordo più che presente dei Portishead e l’amore per i Black Heart Procession e per Billie Holiday traspaiono da tutte le canzoni di questo concerto, già dall’iniziale “Stretch out your arms”.
Colpiti al cuore, subito. E, come se non bastasse, ad incantarci totalmente arriva una vera gemma come “Red morning”, una voce di velluto stesa su battiti pulsanti e su un synth ondivago. Altrove si incrociano le due voci di Sara e Dustin, e l’armonia del loro canto regala anche i momenti migliori di tutta la serata: “Safer shores”, “In your room” e una fantastica “Five seconds to hold you”; musica dolcissima e sognante, quasi fosse quella di un carillon, come in “Connected by a string” o nell’attacco di “Heart and hands”.
Tutto ciò che resta, quando il concerto finisce, è una sensazione molto simile a quella espressa dalle parole della già citata “Five seconds to hold you” (“five seconds to hold you, then you’ll slowly vanish from my arms, please don’t speak or break this spell”): il senso di vuoto, e la mancanza, lasciata da un incanto svanito troppo in fretta.

