ERIC CLAPTON, One More Car, One More Rider (Warner Bros., 2002)

“Clapton is God”, si scriveva sui muri anni fa. Ma lo è ancora? O lo è mai stato veramente? Sicuramente Eric Clapton è sopravvalutato da molti fans, forse anche un po’ distratti, per la tipica e deviante legge del rock per cui successo = bravura.

Impossibile non ammettere che ci siano eserciti di chitarristi tecnicamente migliori; nel suo stesso campo – quello del rock vicino al blues, per intenderci – è sufficiente scomodare ad esempio nomi come Stevie Ray Vaughan, Robben Ford, o anche Jimi Hendrix, giusto per citare i primi che mi vengono in mente. Ma è anche vero che ad ogni musicista bravo e di successo, ne corrispondono chissà quanti ancora più bravi ma che nessuno o quasi si fila. Così sono le regole del mondo dello spettacolo, forse di ogni mondo. Detto questo, di Clapton è altrettanto difficile non riconoscere la bontà di certe produzioni, come anche la sobrietà e solidità dello stile chitarristico e vocale, quest’ultimo per nulla trascurabile soprattutto negli ultimi anni.

Certo, Clapton ha vissuto e vive di rendita, grazie a poche chicche molto diluite negli anni, e ad una fama creatasi negli anni ’60 e nei primi ’70 soprattutto nei Cream, fama contornata da quell’alone un po’ leggendario tipico di certe rockstar. Il chitarrista ha smesso presto di essere un innovatore, andandosi a rifugiare in territori rock-blues piuttosto rassicuranti, e cedendo anche ad un certo pop talvolta troppo di maniera. Una produzione musicale reticente e non sempre lungimirante, complice anche un caratteraccio tendente alla depressione: si sa dei ripetuti problemi con l’alcool, del fatto di aver visto la morte in faccia in più occasioni, per non parlare della perdita del figlio avuto da Lory Del Santo, precipitato da un grattacielo.

Uno dei momenti di apparente rinascita di Clapton è stato nella prima metà degli anni ’90, come testimoniano l’ottimo “Unplugged” – eccezionale lezione di stile – e anche altri live notevoli (taglientissimi Clapton e la sua band nel doppio “24 Nights”), per culminare nell’unico suo album di vero blues (finalmente!), l’intransigente “From The Cradle” del ’94. Dopo questo buon periodo – ma si osservi che si è trattato per lo più di ritrovata qualità, non di nuove idee – Clapton si è di nuovo rilassato e ha dato alla luce alcuni lavori discutibili, per non dire brutti, come il plasticato “Pilgrim”, il palloso “Reptile”, ed il duetto con B.B. King “Riding With The King”, apprezzabile ma seduto.

Dunque, per avere un saggio garantito della bravura del personaggio, ci si deve affidare ai suoi album live. Dal vivo infatti Clapton si è sempre presentato con gruppi eccezionali, e le sue canzoni, magari un po’ statiche in studio, in concerto guadagnano linfa vitale. E’ il caso anche del doppio “One More Car, One More Rider” di cui avrei voluto e dovuto parlare diffusamente in questa sede: ma tutto cio’ che si puo’ dire a proposito di quest’album è già stato scritto ripetutamente affrontando la folta produzione live di Eric, basterebbe fare copia-incolla…

I ragazzi suonano bene (da segnalare lo stile fluido di Steve Gadd on drums, il fido e fantasioso bassita black Nathan East, il pianoforte martellato di Billy Preston, e la presenza di altri grandi come Andy Fairweather Low e David Sancious, mentre Clapton era forse un pochino più in forma una decina d’anni fa ma tiene ancora bene), la scaletta è in grado di soddisfare sia i vecchi fans con gloriosi pezzi come “Layla” (bella l’introduzione, un po’ troppo fracassona nel seguito), “Cocaine”, “Badge”, “Sunshine Of Your Love”, sia i fans del blues Claptoniano (“Hoochie Coochie Man”, “Have You Ever Loved A Woman?” tra le altre), ma non mancano brani tratti dalle ultime produzioni che, come già detto, dal vivo rendono meglio. Cosa distingue quindi “One More Car…” dagli altri album live di Clapton? Poco: un set acustico nella prima parte (da segnalare “Change The World” e “Tears In Heaven”) a cui segue la parte elettrica, ed un sound piuttosto pieno, anche se non sempre teso ed affilato.

Nel complesso un bel disco di buona musica suonata e cantata bene. Ma assolutamente sconsigliato a chi non desidera comprare dischi di muscia “già sentita”. Odore di revival.

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