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Flaming Lips, Transilvania Live (Milano) (14 marzo 2003)
Brendan Benson scalda la platea prima del carnevale psichedelico
Grandi palloni colorati lanciati sul palco, coriandoli, robot di plastica, ballerini vestiti da conigli e galli ai lati del palco. Forse ancora non si riesce a dare un’idea di quanto colorato, fantasioso e divertente sia un concerto dei Flaming Lips.
La serata è aperta dal buon Brendan Benson, che suona un rock diretto ed energico. Ma è per il gruppo dell’Okhlahoma che la gente riempie il Transilvania. Wayne Coyne sul palco è uno dei cantanti più simpatici che possiate immaginare. Prende in giro l’aspetto macabro del locale, convince il pubblico ad intonare un “Happy Birthday” per il compleanno di due spettatori e dialoga in continuazione con la platea.
Wayne Coyne: ironia, dialogo e singalong che uniscono il pubblico
Certo la sua voce esile non sempre regge la scena, ma è difficile fargliene una colpa, tanto è lo spettacolo, così autentico, semplice, vitale, lontanissimo dagli stereotipi del grande concerto rock. I Flaming Lips sono solari e si direbbe che il loro modello siano quei Beach Boys di “Pet Sounds” che si ascoltano prima dell’inizio del concerto.
Melodie, psichedelia e gioielli pop nel set dei Flaming Lips
Partono con la bellissima “Race for the Prize” e costruiscono il concerto intorno alle pagine più melodiche degli ultimi due lavori in studio. Qualche tocco di elettronica, chitarre meno ruvide rispetto agli esordi, una passione intatta per la psichedelia e soprattutto grandi melodie. Ci sono “Fight Test” e “Gush”, le esplosioni di suoni di “Do You Realize”, la nitida e malinconica “Waitin’ for Superman”, un accenno a “Over The Rainbow”.
Il segreto è tutto lì. Come quando Wayne Coyne invita il pubblico a cantare “Yoshimi Battles The Pink Robots Pt.1”, perché dice “cantare fa sentire bene la gente”. Nient’altro che questo. Un po’ come ti fa sentire bene riascoltare ancora una volta quel piccolo gioiello intitolato “She Don’t Use Jelly” che stava sul bellissimo “Transmission from the Satellite Heart”.
(M & R)

