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Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la quarta puntata.
Qui trovi la 1a puntata, Ci sono troppi panini nel deserto
Qui trovi la 2a puntata, Ascoltatori Interessati
Qui trovi la 3a puntata, Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
1.4. Lo streaming ci sarà per sempre?
La questione dell’onnicomprensività e del tempo da cui oramai usufruiamo dei servizi di streaming, cioè più di una decina d’anni, suggerisce di ipotizzare che ci possa ritrovare in una dimensione distopica, ma non poi molto: e se un giorno ci alzassimo e Spotify non ci fosse più? Interrogativo molto suggestivo approfondito da un articolo de «The Atlantic» (13) e ripreso poi qui in Italia da Rockit (14), porta con sé alcuni corollari importanti. Il primo: ma siamo poi sicuri che il modello attuale di streaming di “tutto” esisterà per sempre? Abbiamo visto che si è arrivati a questa situazione per una serie di fattori che hanno giocato tutti insieme, ma in effetti non si è certi che questo equilibrio continuerà così per sempre. Non conosciamo i contratti tra, da un lato, Spotify, Amazon Music, Apple Music, Tidal e altri, con – dall’altro lato – le major, ma tutti gli accordi giuridici hanno una durata e clausole di recesso e risoluzione al verificarsi di determinati accadimenti. È importante pure sapere che le tre maggiori case discografiche (Universal, Sony Music, Warner Music) detengono i 2/3 del mercato, per cui i soggetti che potrebbero decidere di “tagliare i ponti” a questo modello economico non sarebbero poi molti… Ora però non allarmatevi, l’ipotesi è molto più teorica che reale visto che le case discografiche sono anche azioniste di Spotify, e ciò le rende direttamente interessate anche agli interessi di quest’ultima, ma soprattutto perché lo streaming fornisce quasi il 67% dei ricavi totali della musica registrata a livello globale: secondo i dati del Global Music Report di Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry) il fatturato totale mondiale 2022 è stato di 26,2 miliardi di dollari e lo streaming totale (incluso sia l’abbonamento a pagamento che quello supportato dalla pubblicità) è cresciuto dell’11,5% per raggiungere 17,5 miliardi di dollari (15). È evidente che non si può abbandonare da un giorno all’altro la fonte principale di ricavi. Diciamo che potrebbe essere più comprensibile che un giorno, nel futuro, le offerte si segmentino e le piattaforme non offrano più i medesimi cataloghi, sulla scia di Netflix et similia: consideri necessario ascoltare di tanto in tanto i Cure? Ecco che solo la piattaforma X ce li ha, ma purtroppo non ha i R.E.M. per cui ti devi abbonare anche alla piattaforma Y… Sarebbero problemi.

Il secondo corollario è direttamente collegato alla fisicità di supporti che esistono sempre meno, e ha un livello individuale e uno collettivo. Quello individuale è approfondito in maniera simpatica nell’articolo di Rockit, che sottolinea che se i servizi di streaming andassero in down definitivo dovremmo andare a ritirare fuori dal garage i lettori cd, le casse e gli hard-disk con gli mp3 del periodo 2000-2015, e sperare che funzionino ancora. Sarebbe l’apoteosi dell’indie rock degli anni Zero: Radiohead, Interpol, Arcade Fire, Fleet Foxes, “scaricamenti di intere discografie che venivano giù in pochi minuti e riempivano hard disk, cd rom, dvd rom, album e album pieni di mp3 mai ascoltati nemmeno per idea, solo perché ci piacevano tre pezzi di un cd di una band e siamo stati costretti a tirar giù illegalmente giga di inediti, b-sides, live, unreleased, curiosità, album ufficiali e bootleg tutti contenuti nella stessa cartella”. Certo, tutto questo non vale per i collezionisti e per chi ancor oggi compra vinili, cd e musicassette, ma sono la stragrande minoranza: sempre secondo la Ifpi la vendita del fisico vale il 17% (4,6 miliardi) della torta complessiva di 26,2 miliardi di dollari, quindi molto poco (ricordiamo che lo streaming è il 67%). Loro ce li hanno ancora in bella vista in casa, pronti all’utilizzo, i vinili e i cd. Ma c’è pure un aspetto collettivo: siccome è indubbio che si stampano meno supporti fisici oggi rispetto al passato, nell’ipotesi in cui gli archivi digitali non fossero disponibili, gli album pubblicati dopo il 2015 sarebbero, e comunque saranno in senso materiale, di più difficile reperimento rispetto a quelli degli anni Ottanta e Novanta. Basta vedere le classifiche degli album più venduti della storia: tutti i 15 dischi che hanno venduto di più (oltre 32 milioni di copie) sono precedenti all’anno 2000, e la prima del nuovo millennio è Adele con 21 (2011), che si assesta sui 31 milioni (16). È chiaro che si potrebbe manifestare un problema di archiviazione o comunque di “esistenza” per la musica prodotta in particolare dopo la metà degli anni Dieci, perché di difficile reperimento in formato fisico. Non accadrà, è tutto sul “cloud”, eccetera eccetera, però se succede…
Un altro articolo, questa volta di Esquire (17), battezza invece la musica che va dal 2003 al 2012 come i “Deleted Years”, gli “Anni Cancellati”. Il giornalista, Dave Holmes, li individua dal momento in cui l’Apple Music Store ha aperto fino a quando si è iniziato a usare Spotify. Io identifico invece il 2015 come l’anno di svolta, sia perché in Italia la “moda” è arrivata un po’ più tardi, sia perché i dati lo dimostrano, essendo triplicato il volume d’affari dello streaming dagli 0,9 miliardi del 2012 ai 2,7 miliardi del 2015, però siamo lì, è solo una questione di prospettiva. Io individuo sempre quell’anno, il 2015, per definire un punto di svolta anche in altri sensi, come ho cercato di delineare nel mio primo libro “Piccola Guida agli Anni Dieci” (Arcana, 2019): si iniziò a comprendere in maniera chiara il cambiamento dei gusti mondiali attraverso la rivincita del pop e dell’hip hop, ci fu l’esplosione definitiva dei social basati sulle immagini (Instagram) e la definitiva deumanizzazione del cantato tramite l’autotune preconizzò l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Perché dunque gli “Anni Cancellati”? Perché “se sei stato uno dei primi ad adottare Apple Music Store, come lo ero io, tutto ciò che hai comprato dal 2003 al 2009 è bloccato su un iPod polveroso per il quale non si trova più un caricabatterie, o su un MacBook che è tre MacBook fa”, dice Holmes. “Sia che tu abbia comprato l’intero primo album dei Kaiser Chiefs o che tu abbia semplicemente buttato giù i 99 centesimi per “I Predict A Riot”, non ce l’hai più”. In effetti non ha tutti i torti. E conclude: “Non è che ogni epoca non abbia avuto le sue meraviglie e i suoi fuochi di paglia, ma nei Deleted Years tutto si è unito per rendere la musica particolarmente effimera. Le classifiche hanno perso il loro significato, il valore di una canzone è crollato”. Simon Reynolds è ancora più tranchant: “Quando penso ai primi dieci anni dopo l’avvento del Futuro (il 2000), la prima parola che mi viene in mente è ‘piattume’”
La preoccupazione per l’archiviazione fisica della musica non dovrebbe essere sottovalutata: ok che su YouTube c’è (quasi) tutto perché vuoi che nel mondo non ci sia qualcuno che l’abbia caricato, ma c’è appunto perché una persona ha fatto un upload di quel contenuto musicale un po’ raro siccome lui ha il cd o il vinile o la cassettina. E comunque quel video con la copertina fissa o con un collage di foto dell’artista ci rimarrà fino a quando il relativo detentore dei diritti non ne reclamerà la cancellazione. Questo dimostra che parallelamente a un’archiviazione digitale deve continuare ad affiancarsi un’archiviazione fisica, che garantisce contro eventuali data breach. Esistono realtà come ARChive of Contemporary Music di New York che si premurano di archiviare fisicamente tutto lo scibile musicale prodotto da tempo immemore in ogni parte del globo, anche se è da dire che in epoca di musica eterea certe iniziative incontrano difficoltà. Ostacoli normali e semplici, ma basilari, tipo lo spazio dove contenere tutti i supporti fisici. L’ARC è stato fondato da Bob George, che ha trasformato la sua collezione di dischi in biblioteca musicale senza scopo di lucro nel 1985: ora contiene più di 3 milioni di registrazioni sonore il che vuol dire oltre 90 milioni di canzoni, e perciò è una delle più grandi collezioni di musica popolare al mondo. Tra i donatori e i membri del consiglio di amministrazione si possono contare figure come David Bowie, Jonathan Demme, Lou Reed, Martin Scorsese e Paul Simon. Attualmente l’ARC deve spostarsi perché non può più continuare a rimanere nella sua attuale sede nella Hudson Valley e sta cercando una nuova casa nello Stato di New York. La biblioteca non ha mai fatto selezione sulla “bellezza” dei titoli, ma sulla varietà con la conservazione come unico obiettivo: è chiaro che la sua funzione conseguente – non essendo aperta al pubblico – è quella di essere utilizzata da registi che vanno alla ricerca della canzone perfetta come colonna sonora del loro film e altri ricercatori. Se un giorno “cadesse” tutta la musica in streaming, The Arc sarebbe ancora lì. Bob George infatti ha una sola certezza: “Qualcosa di questo materiale potrebbe essere su YouTube. Ma YouTube scomparirà, prima o poi. Tutto quello che è per la consumazione di massa scomparirà” (18).

L’ipotesi distopica della scomparsa della musica eterea potrebbe però essere più concreta per determinati meccanismi economici e legali: stava per succedere in Uruguay. A metà del 2023, l’Uruguay aveva approvato una legge che imponeva alle piattaforme di streaming di pagare un “equo e giusto” compenso agli artisti e ai titolari dei diritti d’autore, anche per la musica già presente nei cataloghi. A novembre 2023, Spotify aveva annunciato la sua intenzione di ritirare il servizio dall’Uruguay, dichiarando che la legge fosse troppo vaga, non comprendendosi se il «diritto a una remunerazione giusta ed equa» agli autori e musicisti dovesse essere riconosciuto dalle case discografiche o dalle stesse piattaforme di streaming, il che avrebbe determinato per Spotify un doppio esborso visto che lui pagava già le etichette (19). Dopo intense trattative con il governo uruguaiano, a dicembre 2023 Spotify ha raggiunto un accordo che le ha permesso di continuare a offrire i suoi servizi in quel Paese.
Il caso dell’Uruguay è più unico che raro per oggi, ma non è detto che in futuro altre legislazioni vadano in questo senso, soprattutto perché è ormai chiaro che gli introiti economici da streaming per i musicisti non sono sufficienti per il loro sostentamento come unica fonte di reddito, come vedremo meglio nel prosieguo del libro. Quello che è certo è che questo “falso allarme” ci chiama alcune riflessioni. La prima: le piattaforme di streaming hanno molto potere. Sono loro che possono decidere – per loro motivazioni, per sfuggire a normative inderogabili, per calcoli di business – di scomparire da un determinato mercato o Paese. E a quel punto il loro servizio sarebbe avvertito quasi come “necessario”: non dico “pubblico”, perché sarà sempre e solo un servizio privato, ma intendo come inevitabile ed essenziale. Sarebbe come se per qualche ragione Zuckerberg togliesse Facebook, Instagram e Threads da qualche Nazione: probabilmente ci sarebbe molte polemiche e la maggior parte delle persone si troverebbero disorientate. Quindi se Spotify se ne va fa molto rumore, se invece da Spotify se ne va via un artista, in contrasto con la piattaforma per ragioni economiche o politiche o ideologiche – come è successo e come vedremo meglio successivamente – si riscontrano un po’ di articoli sui giornali e nulla più. Tutto continua normale: le persone continuano ad utilizzare i servizi di streaming, qualche appassionato del Neil Young di turno magari cancella l’abbonamento da esse in linea con il proprio beniamino, ma non molto altro. Chi ha dunque il coltello dalla parte del manico: Spotify o gli artisti? Magari tra i due litiganti il terzo gode, e ci sono rimaste solo le labels all’appello per cui fate i vostri conti.
Il caso uruguaiano cosa ci insegna, ulteriormente? Che indietro non si può andare. Che la musica eterea è talmente una realtà che permea il nostro essere, il nostro modo di vivere, che ci ripugna l’idea di abbandonare un qualcosa che, in ogni caso, tecnicamente è un progresso tecnologico. È la stessa sensazione di fastidio, di disturbo, di consapevolezza che c’è qualcosa che non va che trasmette un film o un libro steampunk, dove un mondo fantastico e magari anche tecnologico si inserisce nel passato, e noi sappiamo benissimo che non è stato così. Finché la fantascienza si svolge nel futuro tutto ha un (suo) senso, ma se il presente diventa streampunk perché scompare lo streaming, che sensazioni avremmo? È un po’ il canovaccio de “Il Migliore dei Mondi”, l’ultimo film di Maccio Capatonda in cui il protagonista si trova in un presente alternativo in cui la tecnologia è rimasta quella del 1999: lì le difficoltà nascono soprattutto dal fatto che non esistano gli smartphone ma oggigiorno la musica dipende soprattutto da quegli apparecchi, quindi è un film che ci dice qualcosa di un futuro particolare in cui non c’è l’attuale disponibilità di progresso tecnologico. E sarebbe un problema.

Il prossimo martedì la quinta puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia“
(Paolo Bardelli)
Note:
(13) J. PINSKER, What Will Happen to My Music Library When Spotify Dies?, «The Atlantic», 19 luglio 2021
(14) S. STEFANINI, E poi, un bel giorno, tutta la musica in streaming sparì…, Rockit, 22 luglio 2021
(15) Quanto vale il mercato musicale italiano 2023 dominato dallo streaming, BusinessWeekly.it, 5 settembre 2023 https://businessweekly.it/notizie/quanto-vale-il-mercato-musicale-italiano-2023-dominato-dallo-streaming/
(16) https://it.wikipedia.org/wiki/Album_più_venduti_nel_mondo
(17) D. HOLMES, A Decade of Music Is Lost on Your iPod. These Are The Deleted Years. Now Let Us Praise Them., «Esquire», 4 settembre 2019
(18) D. SMITH, No one else is saving it’: the fight to protect a historic music collection, «The Guardian», 16 novembre 2023
(19) Spotify se ne andrà dall’Uruguay, «Il Post», 22 novembre 2023, https://www.ilpost.it/2023/11/22/spotify-uruguay/
