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Dopo cinque anni di silenzio, un ritorno che pesa
L’accoglienza travolgente che il nuovo disco dei Deftones, “private music” (2025), ha trovato sin dal suo lancio, lo scorso 22 agosto, potrebbe certamente essere interpretata come l’ennesimo caso di esaltazione eccessiva, derivata a sua volta da un lungo periodo di assenza. Questo perché la band, originariamente formata a Sacramento, California, a cavallo degli anni ’90, sembra non aver avuto fretta di dare seguito a una discografia già invidiabile: il quintetto chiude infatti un iato di cinque anni, seguito al buon “Ohms” (2020), non solo placando gli animi di una fanbase sorprendentemente ampia, ma anche dovendo superare cambiamenti significativi nella propria formazione. Tornando ancora una volta in campo in un gioco di aspettative già molto favorevole, resta dunque la domanda fondamentale: “private music” è davvero così valido?
Un ritorno che conferma un’eredità unica
La risposta, rassicurante, è sì. Chino Moreno (voce, chitarra), Stephen Carpenter (chitarra), Frank Delgado (tastiere ed elettronica) e Abe Cunningham (batteria) non solo sono riusciti a dissipare le preoccupazioni seguite all’uscita del bassista Sergio Vega, nel 2022, ma presentano ora quello che, col tempo, sarà annoverato tra i dischi più memorabili pubblicati dai campioni del metal alternativo. Liberatisi da tempo dello stigma che li legava all’aggressività tipica dei contemporanei del nü-metal, il quartetto, ora arricchito dal nuovo bassista Fred Sablan, riesce nell’improbabile: consolidare, senza ombra di dubbio, il proprio lascito nella musica pesante moderna. Evitare i paragoni con pietre miliari come “White Pony” (2000) o “Diamond Eyes” (2010) aiuta davvero ad apprezzare “private music” per quello che è: un disco bello, curato e ricco di quello che potranno diventare nuovi classici nella discografia dei Deftones.
La scelta dei primi due singoli chiarisce già alcuni dei motivi per cui il nuovo album merita tutta l’attenzione che sta ricevendo. “My Mind is a Mountain” e “Milk of the Madonna” sono solo un assaggio della qualità del materiale registrato. Inciso in cinque studi a Portland, Hollywood e Nashville con il produttore Nick Raskulinecz – già al lavoro con Coheed and Cambria, Foo Fighters, Alice in Chains e Ghost, e con gli stessi Deftones in “Diamond Eyes” e “Koi No Yokan” (2012) – l’album mostra una band che da tempo non suonava così bene. Il lavoro in cabina di regia di Raskulinecz e del gruppo mette in ombra la massa confusa di “Ohms”, prodotto da Terry Date. Al contrario, la miscela idiosincratica di ritmi groove, campionamenti (ormai marchio di fabbrica) e muri di chitarre drone accostati alle linee vocali di Chino – ora eteree, ora disperate – trova qui la sua forma più compiuta.
Tra sogni eterei e chitarre schiaccianti: il paradosso Deftones
Aiuta molto anche il fatto che “private music” non lasci spazio a esitazioni: l’album esplora quella sonorità solida che la band ha raggiunto sin dal debutto “Adrenaline” (1995). Ma va oltre: la complessa dinamica creativa che unisce due poli opposti – da un lato il frontman Moreno, responsabile degli aspetti più onirici e sperimentali; dall’altro il chitarrista Carpenter, custode delle radici metal – è ciò che permette a brani come “locked club” e “~metal dream” di coesistere nello stesso album, pur così differenti, e di completarsi a vicenda: il peso schiacciante delle chitarre della prima diventa il fotonegativo dei versi introspettivi della seconda. “ecdysis” spicca come la traccia più memorabile, proprio per la capacità di fondere alla perfezione questi due impulsi apparentemente inconciliabili, oltre a ribadire il posto di Abe Cunningham tra i migliori e più versatili batteristi del secolo.
Alcuni passaggi richiedono più tempo per conquistare l’ascoltatore – ed è qui il segreto del suono della band, e di questo disco: “souvenir” parte lentamente, ma si trasforma poi in una cornucopia di riff, strati di tastiere (con uno degli interventi migliori di Delgado) e ritornelli irresistibili. “infinite source” è un hit immediato, vetrina della qualità di equalizzazione e masterizzazione dell’album. Interessante il contrasto con “i think about you all the time”, la canzone più apertamente romantica del disco, che lascia anche più spazio al nuovo bassista Fred Sablan di emergere con sicurezza nella sua prima prova in studio con la band, dimostrando di poter reggere l’eredità sia di Sergio Vega che del compianto Chi Cheng.
Influenti, vigili e sempre pronti a sorprendere
I (brevi) 42 minuti del disco – chiusi dalla delirante e splendida “departing the body” – vanno oltre la semplice conferma della qualità sonora mantenuta dai Deftones, o della giustificazione del prestigio accumulato in trent’anni di carriera: alla fine di “private music” tanto i neofiti quanto i fan di lunga data possono cogliere l’ampiezza dell’influenza che la band ha esercitato. Se il DNA ambizioso e iconoclasta dei Deftones si riconosce in progetti tanto diversi quanto Turnstile, IDLES o Deafheaven, il peso di questo lascito non ha mai schiacciato il gruppo, al contrario di molti contemporanei rimasti intrappolati nelle glorie più datate dei loro primi dischi. Influenti, vigili e sempre pronti a sorprendere, i cinque dei Deftones riaffermano, senza sforzo, la loro importanza tra i grandi del rock del XXI secolo, consegnando quello che è già uno degli album dell’anno e, probabilmente, uno dei migliori capitoli di un catalogo che impressiona non per la quantità, ma per la sua inimitabile identità.
79/100
Davi Caro è professore, traduttore, musicista, scrittore e studente di Giornalismo. Puoi leggere altri suoi testi qui (in portoghese).
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