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Da Wonka a Abbey Road, passando per Kalporz
Neil Hannon da Derry, classe 1970, lo possiamo definire il beniamino della vecchia guardia kalporziana. Ripercorrendo i vecchi articoli, si capisce che ha unito diverse generazioni e mediato tra background anche lontani tra loro come quelli di Max Cavassa e Piero Merola. Io ammetto di essermelo perso per strada da Bang Goes The Knighthood. Possiedo una copia in vinile di Casanova – incredibilmente pagata 5 Euro alla svendita della Dimar di Rimini – e il cd di Fin De Siècle. Forse le opere maggiori ma briciole di quella che è la sua arte. Così qualche settimana fa vedo in negozio Rainy Sunday Afternoon.
Scrivo ad un altro “di famiglia”, Francesco Giordani, che mi dice di acquistarlo senza pensarci: e infatti, tombola, Neil Hannon è ancora una garanzia. Nella copertina (l’ennesimo fantastico ritratto di Kevin Westenberg) lo scorgiamo pensieroso ma tranquillo nel gustarsi un caffè, elegantissimo, un dandy maturo. D’altronde nel post Covid19 ha realizzato le musiche di due film di successo, “LOLA” e in particolare “Wonka”, che gli hanno garantito il budget per registrare il nuovo disco dei Divine Comedy a Abbey Road. Scopriamolo insieme.
Un disco plumbeo sul significato della vita
Dieci giorni di prove e dieci di registrazione, supervisionati da Tom Bailey. Una trentina i musicisti coinvolti per un lavoro meno eclettico e brioso di Office Politics del 2019. Messi uno a fianco all’altro sembrano fasi diverse della vita: l’Hannon sperimentale lascia al posto al crooner più sulla scia di Scott Walker e Burt Bacharach che parla di amore, perdita e l’incedere del tempo e del destino, come nell’opener “Achilles”; in un parallelo con l’epica greca (vedi clip) si racconta la drammatica vicenda del poeta Patrick Shawn-Stewart morto combattendo la prima guerra mondiale. Musicalmente è però frizzante, sixties, come fosse stata pensata da un Lee Hazlewood.
Un’altra storia più personale e crudele è quella del padre affetto di Alzheimer, protagonista di “The Last Time I Saw The Old Man”: atmosfere barocche e jazz alla Air e Gainsbourg con un magnifico solo di flicorno, per un testo da lacrime, “His hands seemed so fragile and grey/I was worried I might break them […] He was talking very strangely/In ever decreasing circles”.
La successiva “The Man Who Turned Into A Chair” culla l’ascoltatore come se stesse passeggiando lungo la Senna e bisticciando con l’amata, mentre “I Want You” è guidata dal pianoforte di Andrew Skeet verso un chorus di rara intensità e che mette in lustro l’emozionante voce di Hannon in un rigoglio finale di arpe, violini e ottoni.
La title track, radiofonica e mccartneyana, apre una parte centrale di album più cinematografica (l’ottima “Down The Rabbit Hole”, glam e psichedelia a braccetto) e anche fanciullesca (“All The Pretty Lights”, ovvero il Natale a Londra), prima dell’esotismo new-wave di “Mar-a-Lago By The Sea”, tra Magnetic Fields e Style Council. Noterete che è impossibile non citare tutti i brani: eppure sono gli ultimi, a spaccare davvero…
Il cuore è un cacciatore solitario, ma l’amore supera ogni distanza
Arriviamo al brano numero 9. Scopro che è il nome di un romanzo del 1940 di Carson McCullers, da cui è stato tratto un film vincitore di due premi Oscar nel 1968.
Ecco, questi sono cinque minuti ugualmente perfetti. Lenta e acustica, ogni secondo calibrato a quello successivo. Parole semplici sull’amore che abbiamo vissuto tutti, “The Heart Is A Lonely Hunter/Battling The Wind And Rain/How Far Must We Wander/How Long Must We Wait, e una tensione liberata in una coda strumentale che mette i brividi lungo la schiena, da ascoltare in loop e che racchiude il senso dell’intero lavoro.
La delicatissima “Can’t Let Go” fa da liaison con “Invisible Thread”, che inizia Laurel Canyon, diventa Pulp e si fa infine sinfonia folk-pop di un amore capace di vincere ogni battaglia e distanza. Ospite la figlia Willow al microfono. Tutto molto bello: grazie Neil.
82/100

