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Gli shame tornano da dove sono venuti
“La nostra unica possibilità di riparare il presente è nel passato”. L’indimenticabile battuta di Doc Emmett Brown tratta da “Back In The Future 2”, calza perfettamente al quarto disco dei londinesi che si lasciano alle spalle un lavoro noiosetto e privo di nerbo come Food For Worms cambiando ancora una volta prospettiva…e modus operandi.
Alle orecchie di chi scrive, Songs Of Praise (Dead Oceans, 2018) resta uno dei migliori esordi del nuovo millennio e un album insuperato dagli shame. La tensione giovanile che incontra melodie da urlo, il clash con ritmi danzabili, le liriche feroci di Charlie Steen, ancora adolescente all’epoca. Poi si sono complicati la vita. Sempre a voler dimostrare qualcosa, mentre ai lati incalzavano Idles e Fontaines D.C. Gli shame non nascono postpunk: lo diventano – anche loro malgrado. Oggi con Cutthroat, finalmente, si respira aria nuova: di un ritorno a quell’ispirazione.
Assoldato al desk John Congleton, vincitore di un Grammy award nel 2014 per St. Vincent, Steen e soci decidono di scrivere alcuni dei brani più immediati della loro carriera: prendete l’ultimo in scaletta, “Axis Of Evil”, e ditemi se non vi rimane in testa al primo ascolto, mostrandosi comunque dinamico e efficace negli arrangiamenti (rock’n’roll che unisce Viagra Boys e Devo in un ballo con vista sull’abisso, ma ci torneremo).
Un pizzico di America non guasta, anzi
Gli shame non amano ripetersi. Quattro album ognuno con un producer diverso – da James Ford a Mark “Flood” Ellis – e in mezzo il lockdown e una fama a cui è seguita una crisi di identità. Per il nuovo lavoro la band deve avere fatto razzia di grandi album di alternative rock made in U.S.A., se in “Plaster” è evidente l’influenza dei Weezer e Beck, o troviamo una “Cowards” di matrice Big Black. Ma il frontman Charlie Steen, e con lui il nucleo storico dei chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, il bassista Josh Finerty e il batterista Charlie Forbes si sono presi la libertà di esplorare i generi, sempre nel nome di una visceralità e immediatezza assenti nei due dischi precedenti.
Spiccano “Nothing Better” e il suo testo al vetriolo (Suburban nightmares, the city’s distraught/You went to school but you never got taught/Nothing worth teaching, nothing worth knowing/You never go anywhere worth going/You just got nothing better to do) come la rotondità di “Spartak”; “After Party” è un inno alla modernità, i Kasabian e i Late Of The Pier che non sentiremo mai più, quanto “Quiet Life” il contraltare, voodoobilly polveroso con i Gun Club e i Cramps nel cuore. Anche l’esperimento di new-wave contaminata di world music à la Remain In Light (“Lampião”) lo definirei riuscito. Bravissimi.
Quel motordrome rubato ai Beady Eye…e alla mia estate
Epilogo dedicato alla copertina e al video della title track. Nel mese di Agosto vado al Summer Jamboree di Senigallia (AN) dove noto questa colossale botte di legno, ribattezzata “Fearless Devid Motordrome”. Così io e la mia ragazza assistiamo allo spettacolo del Wall Of Death, dove due stunt, padre e figlia, cavalcano motociclette d’epoca risalendo la struttura tra il boato degli appassionati, da cui toglieranno la mancia dalle mani. Ne esistono solo venti esemplari in tutto il mondo, tra cui questo costruito in Olanda nel 1937 e lo stesso che appare nei video di Beady Eye per “The Roller” e, appunto, “Cutthroat”.
I cultori del rock’n’roll sanno che anche Elvis Presley si cimentò pilota di motordrome nel film “Roustabout” (1964). Le note di Johnny Cash si diffondevano inequivocabili prima di ogni corsa. Ed esce il disco della band di Londra, affascinata da questo immaginario.
Ecco perché ho recensito il nuovo album senza esitazioni. Non credo nelle coincidenze. O mi limiterò a dire che mi affascinano molto.
78/100

