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#Richiami
Venti anni dopo: “Confessions…” e quella scintilla che aveva già previsto tutto
In questi vent’anni ho rivisitato più volte “Confessions On A Dance Floor”: in effetti si è materializzato quello che scrivevo in recensione, al tempo, e cioè che sfruttava “tutto il conosciuto del meglio del mondo dei dance floor e dei dj set più alternative-cool”. Col senno di poi infatti (ma ce n’eravamo accorti anche in diretta) gli anni Zero sono stati una fucina incredibile di musica house-electro, e in quel momento (2005) Madonna ha condensato quell’eccitazione dance che girava per il mondo intero e che vedeva ragazzi sudatissimi che vivevano i djset come concerti, modalità di fruizione del resto ereditata dalla fine dei ’90 ma che ebbe il suo massimo probabilmente nel decennio successivo, quello appunto di “Confessions…”.
Stuart Price, Madonna e la mitologia da dancefloor
Dopo la direzione politica di “American Life” Madonna voleva solo divertirsi, e Stuart Price è riuscito a canalizzare le energie della Ciccone in un unico flusso da pista da disco, uno splendore di suoni digitali e un’apoteosi di sintetizzatori che sono il sogno di ogni tastierista. Un’elettronica che guarda naturalmente agli anni ’70 (Moroder in primis) senza fermarsi ad essa, citandola (il riff di “Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight)” degli ABBA campionato in “Hung Up”) ma andando oltre. Proprio “Hung Up” fu di un impatto incredibile: la 47enne Madonna provocava tutti in una tutina rosa fucsia senza paura di bodyshaming con un brano che trasuda energia. A dimostrazione che alle volte le idee estemporanee sono le migliori, “Hung Up” nacque grazie a un ritorno notturno da Liverpool a Londra di Stuart Price, dopo l’ennesimo DJ set, quando la radio gli propose appunto quella canzone degli ABBA e lui rimase folgorato, per cui iniziò a lavorarci: manda il riff in loop, lo filtra, gli appiccica sopra il ticchettio di un orologio. Pochi giorni dopo, arriva Madonna. Lo cerca perché vuole nuovo materiale che in logica da discoteca, ma con un tocco visionario che lei definisce come degli “ABBA fatti di psichedelia chimica” (lo racconta Lucy O’Brien nel suo Madonna: Like an Icon) e Price ha già pronto tutto. Lei ascolta e in dieci minuti netti scrive i versi. Registra una demo quasi d’istinto, senza fronzoli. Quella prima take, narrano le cronache, è esattamente quella che finirà sull’album.
Le hit e le chicche del 20ennale
Ma sarebbe riduttivo fermarsi a “Hung Up”: altri pezzi sono stratosferici, come “Future Lovers”, dalle stesse reminiscenze moroder-iane, essendo un omaggio e un’ispirazione al sound di “I Feel Love” di Donna Summer, “I Love New York”, che è un viaggio diretto e secondo una sensibilità chimica degli anni ’90, “Sorry” utilizza i classici archi “alla Madonna” ma in una nuova prospettiva.
Ma l’album classico lo conosciamo bene, è il caso di visitare i brani uniti in questa versione dei 20 anni, tutti di alto livello: “Fighting Spirit” poteva benissimo essere nell’album originale, vista la vicinanza di arrangiamento e la qualità melodica, “Super Pop” sembra mischiare il reggae con il funky e l’elettronica, e senza quell’eccessiva puntualizzazione funky avrebbe meglio figurato, “History” guarda invece ai Daft Punk per cui quel vocoder è fin troppo citazionistico, ma va tutto bene.
In definitiva quello che conta è che ci troviamo oggi, a distanza di un quinto di secolo a dimenarci come ossessi sulla cassa dritta di questo album che è stato l’ultimo vero colpo di coda di Madonna, ma che ha anche dimostrato come chi sa fare del pop come lei può riuscire in ogni progetto (con i collaboratori giusti). Ancora oggi “Confessions On A Dance Floor” è un piacere per le orecchie e suona contemporaneo: per quanti altri album usciti nel 2005 possiamo dire lo stesso?
82/100
(Paolo Bardelli)

