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Sette anni dopo, il ritorno inatteso
Sette anni erano un periodo lunghissimo per l’era musicale dei supporti fisici, figuriamoci oggigiorno quando – in epoca di streaming – gli artisti si sentono in dovere di far uscire tutti i momenti qualcosa, singoli o remix o feat. che siano, per mantenere il contatto con il loro pubblico. È vero anche però che il “periodo Covid” potrebbe essere considerato come una parentesi non esistente, ma non è così. Quei tre anni, 2020-22, ci sono stati, e i gruppi che hanno comunque in qualche modo fatto uscire qualcosa hanno continuato ad esserci, gli altri – come i Forth Wanderers – non pervenuti.
Ava Trilling: una voce che può dividere
Per cui come fa la band su Sub Pop a ripresentarsi così, dopo quel secondo album omonimo (2018) che era un po’ come un debutto, visto che il primo “Tough Love” (2014) era autoprodotto e se l’erano filato in pochi? Lo fa e basta. Perché i cinque – Ava Trilling, Ben Guterl, Zach Lorelli, Noah Yu Schifrin e Duke Greene – avevano proprio voglia di suonare insieme dopo lo scioglimento del 2018, e si sente. Qual è la formula? La stessa di allora ma più a fuoco: indie uno due e tre e via, 3 minuti massimo di canzoni e la deliziosa voce dolente di Ava Trilling su tutti. Ecco, la voce. È un aspetto importante, a mio parere decisivo affinché piaccia o meno un progetto, e quella di Ava è una di quelle che o la ami o la odi. Come Carmen Consoli o Dolores O’Riordan. Ava sembra sempre che stia cantando per forza, che l’abbiano presa e legata e lei abbia detto: “ok, canto ma proprio non ho voglia”. Deliziosa. Come se fosse capitata lì per caso ma al momento giusto. Splendida.
Indie-rock compatto, zero fronzoli
Quindi “The Longer This Goes On” riesce con elementi semplici. Poi, oh, non è mica una rivoluzione. Non dà nulla di nuovo, ma fornisce un quadro omogeneo (l’album è piuttosto compatto come sonorità) di quell’indie-rock newyorkese anni ’10 che tanto ci manca.
Pezzi migliori? Tutti ben fatti, ma su tutti l’iniziale vento fortissimo di “To Know Me/To Love Me” ma anche la lugubre “Springboard”.
I Forth Wanderers non salveranno l’indie-rock anzi secondo me faranno fatica a replicarsi ma un po’ chissene… fanno solo quello che hanno voglia di fare.
Chiamali stupidi.
75/100
(Paolo Bardelli)

