LALI PUNA, Our Inventions (Morr, 2010)

Il mondo era, è, spaventoso. Qualcuno stava, sta, falsificando le carte. E, rispetto all’ultima volta che i Lali Puna hanno messo il naso fuori casa, non si può certo dire che le cose siano migliorate: era il 2004, c’era “Faking the books” e indietronica non era ancora una parolaccia. Sei anni dopo, sembra quasi che la foga politica delle parole sussurrate da Valerie Trebeljahr si sia trasformata in qualcosa di diverso: non c’è più rabbia, ma paura. Una voglia di ritirarsi tra le cose più care, la rassegnazione del chiudere gli occhi perché niente è cambiato, e niente riesce mai a cambiare, là fuori.

La dolcezza con cui “Our inventions” comunica tutto questo è la stessa che già permeava “Faking the books”, e anche a livello di suoni non è cambiato molto: ed è sorprendente come questo genere di musica sia invecchiato in fretta, ma ai Lali Puna si riesca a perdonare perfino una certa immobilità compositiva, mentre non esiteremmo a sparare contro chiunque continuasse a riproporre incessantemente queste fratture digitali, queste malinconie sussurrate, queste tastiere d’ovatta.

Eppure, la tentazione di liquidare questo disco come “vecchio” arriva anche in questo caso, specie all’inizio, dove tutto sembra una rimasticatura di cose già fatte (“Everything is always” ha gli stessi loop vocali interrotti di “Faking the books”, “Remember” sembra una outtake). Poi, però, il panorama cambia lentamente: il ricordo 13&God di “Move on” chiarisce quanto i suoni anticon abbiano fatto breccia tra i fratelli Acher, “Safe tomorrow” luccica di morbidissimo shoegaze e di beat scurissimi.

Solo in prossimità della fine il disco lascia a bocca aperta, con una “Future tense” che somma gli hard disk inceppati di Micachu a un clarinetto basso e a batterie elettroniche che rimandano direttamente ai Silver Apples: un pezzo talmente bello da cancellare tutte le sensazioni di già sentito dei minuti precedenti, mentre le malinconie notturne di “That day” e “Out there” concludono il viaggio.

Il bravo critico dovrà liquidare “Our inventions” parlando di ripetitività, di giri immobili attorno a un’idea invecchiata in fretta. Difficile dargli torto, lo ammettiamo: eppure, apprezzare questo disco non è solo una questione di nostalgia. Il fatto è che nessuno sa fare questa musica meglio dei Lali Puna: ci saranno cose più nuove, fresche e trendy di loro, certo, ma questo non è un motivo sufficiente per smettere di ascoltarli.

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