GORILLAZ, Plastic Beach (EMI / Parlophone, 2010)

Tesi numero uno. Se i passati dischi dei Gorillaz (la più famosa band inesistente della storia del pop, è bene ricordarlo) potevano essere ad ogni buon conto tacciati di un certo svagato umore di divertissement smaliziato e furbastro, con “Plastic Beach” l’esploratore di mondi potenziali Damon Albarn, un po’ Marco Polo un po’ Jules Verne un po’ zingaro imbroglione, ha in effetti infilzato la bandiera della propria immaginazione lacera e schioccante su un territorio che stava inseguendo da molto, moltissimo tempo e che ora giace, docile e addomesticato, sotto le sue suole consumate e polverose. Un’isola di suoni e immagini, anzi, per rimanere fedeli al titolo, una spiaggia della musica totale, delle musica dopo tutte le musiche, già intravista, o forse solo sognata all’epoca dei The Good The Bad And The Queen e poi sfiorata in tante altre occasioni con la coda del cannocchiale come una balena elusiva e sfuggente.

Tesi numero due. Più che una tesi, una domanda. Chi è Damon Albarn oggi? Difficile rispondere, ma è indubbio che dei tre sinora pubblicati, “Plastic Beach” risulti sin da subito l’album più inconfondibilmente “albarniano” di tutta la cucciolata, quello che più di tutti ci restituisce l’immagine franta di un compositore lunatico e instancabilmente affabulatore, maestro sempre più sottile nell’arte del riciclaggio trasformista e onnivoro sperimentatore multimediale di formati e illusioni, mirabile mago dell’era post-tecnologica in bilico tra Peter Gabriel e David Byrne. La varietà di toni e registri del nuovo album pare dimostrarlo ampiamente: a tratti sembra di ascoltare il soliloquio impazzito di una testa-radio stonata e oscillante, il battito sfasato di un cuore-antenna che intercetta e riprocessa senza tregua canzoni e brandelli di musica vaganti come spettri nella stratosfera surriscaldata di questa pazzo mondo “fuori dal tempo”. Quello che ne viene fuori è una sorta di juke-box inceppato, una palinsesto pericolante di canzoni e non canzoni, digressioni e intermezzi, da cui traspare nettissimo il sentimento di una solitudine spaesata e balbettante così come anche il senso irriducibile di una “postumità” rispetto a tutto, anche al futuro, nel presente blindato di un eterno istante schiacciato su sé stesso, in cui tutto sta accadendo, simultaneamente.

Potrà piacere oppure no, eppure con questo album Albarn compila il suo personale bollettino sullo stato dell’arte del pop metacontemporaneo, per così dire. Dentro c’è qualsiasi cosa e niente in particolare: tanta elettronica (con tutte le scintillanti cromature eighties del caso) ballabile ma anche no (il singolo “Stylo”, “Superfast Jellyfish” o “Broken”), il pulsare ipnotico del dub (“Rhinestone Eyes” e “Empire Ants”), sinapsi hip-hop in elettroshock permanente, fanfare da perfetto funerale britannico delle regina morta (“On Melancholy Hill”, “Electric Shock”), commistioni multietniche dense di romanticismo apocalittico (la bellissima “White Flag”) e tanta nevrosi metropolitana da sovraccarico percettivo che sfocia nel vuoto catatonico di uno sguardo onnisciente che ha perso ogni sensibilità. Il tutto condito e rimestato da un piccolo olimpo-museo di ospiti e visitatori da mondi ed poche diverse ma sempre a portata di click (si va da Bobby Womack a Snoop Dog, passando per Lou Reed, Mark E. Smith dei Fall, Gruff Rhys dei Super Furry Animals, Mos Def, Mick Jones e i De La Soul).

Tesi numero tre. È forse chiaro ormai come Albarn non abbia di fatto mai smesso di ri-scrivere “Parklife”, moltiplicando all’infinito la geometria ricomponibile di questo suo romanzo musicale della città (che nel frattempo si fatta mondo) e dell’impossibile vita in essa, romanzo sempre incompiuto e, dunque, ininterrotto. Qua la mano, mr. Abnormal!

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