GAZEBO PENGUINS, The Name Is Not The Named (Suiteside, 2009)

In “Come Fare Cose Con Le Parole” il filosofo americano John Austin, parlando dei nostri atti linguistici, aveva individuato due categorie fondamentali dei medesimi: gli atti o enunciati constatativi (che sono quelli attraverso i quali descriviamo uno stato di cose, che può sussistere oppure no, ad es.: “Piove”) e gli atti performativi (attraverso i quali produciamo, oppure no, lo stato di cose che descriviamo con le parole, ad es.: “Sto Parlando”).

Gli emiliani Gazebo Penguins hanno deciso di intitolare il loro secondo album “The Name Is Not The Named”, che sarebbe poi una citazione del conte polacco Alfred Korzybski, ingegnere, filosofo e matematico, fondatore e teorizzatore della cosiddetta “Semantica Generale” in base alla quale, stringendo un po’, la nostra aderenza alle strutture della realtà viene irrimediabilmente compromessa dalle sofisticazioni della lingua e dei suoi costrutti spesso capziosi e ingannevoli. Ebbene, un titolo del genere, oltre a gettare una luce sinistramente sospetta sulla consistenza della presente recensione (e sulle recensioni in generale), è o potrebbe essere, nell’ottica di John Austin, un enunciato tanto constatativo quanto performativo, producendo sul piano del linguaggio l’impossibilità fattuale di quello che si sta effettivamente dicendo e constatando, “Il nome non è la cosa nominata”, in un labirinto di rimandi simmetrici che si autoinghiotte in un gorgo senza fine.

Ma forse stiamo divagando (o forse no), perchè questi Gazebo Penguins sono in fondo dei Gazebo con Motorpsycho (cui dedicano un omaggio struggente) e …And You Will Know Us By The Trail Of Dead al posto di Chopin, un carrarmato di emo post-punk sferragliante, un congegno inarrestabile costruito su esercizi di trigonometria fugaziana e colate di metallo fondente al profumo di Husker Du e Minutemen. Il tiro c’è e le canzoni pure, la doppietta d’avvio “You & Me & Dave”/ “Babo Vs Mollica at the gate” (osservate anche la genialità di certi titoli, disco nel disco, ancora tutto da raccontare) schiaffeggia e devasta per bene, il discorso prosegue poi nello sventagliarsi di un fuoco incrociato di hardcore melodico a mitraglia e fulminanti aforismi della più amara disillusione. Con “Maybe In December” i Gazebo Penguins arrivano a lambire il quasi capolavoro, staccando un’elegia velenosa da urlare tra il poster dei Replacementes e lo specchio (da cui comincia ogni mattina la rivoluzione, come insegnava il filosofo americano esistenzialista Bob Mould), nella solitudine ermeticamente segretata di una cameretta inaccessibile.

In definitiva davvero un buon lavoro, pulito e chirurgicamente preciso, che torneremo ad ascoltare nei momenti di rabbia come in quelli di più indolente e gratuito svacco (“All The Pregnants Are In Love” può servire anche in momenti come questo). Consapevoli che questa recensione non è e non sarà mai il disco dei Gazebo Penguins.

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