THE EVENS, Get Evens (Dischord / Wide, 2006)

“Get evens” è uscito a ridosso delle mid-term americane (quelle che hanno indicato a Bush che il paese non era più con lui), ma è solo una coincidenza, per quanto simbolica. Difficile che le parole di fuoco, antagoniste con cervello, del disco degli Evens, abbiano convinto qualcuno a votare democratico: insomma, riuscite a immaginarvi un ragazzino qualsiasi che compra “Get evens” e poi vota per Bush? Io no, assolutamente. E così, mentre la Casa Bianca diventa un’entità sempre più evanescente e nebulosa (proprio come sulla copertina di questo album), il duo composto da Ian MacKaye ed Amy Farina è diventato adulto: nonostante sia passato un solo anno dal debutto omonimo, gli Evens hanno fatto un salto di qualità pazzesco.

Le canzoni si sono allungate, come se i loro autori avessero dato loro il tempo di maturare e di evolversi; l’urgenza del punk è sempre lì, una vibrazione nervosa continua sotto quell’inconfondibile chitarra baritono e a quella batteria ossuta, ma la varietà delle canzoni lascia sbalorditi, se si pensa a quanto sia ridotta la strumentazione. Basta l’iniziale “Cut from the cloth” a capire come le cose siano cambiate: aperta da un giro di quattro accordi, la canzone sembra quasi figlia di un certo folk politicizzato ma quieto, fino a che la batteria la fa impazzire; tornata quieta, è la chitarra a scattare in avanti; le voci si rincorrono, si inseguono, si parlano in un dialogo continuo.

Rispetto alla ruvida e monocorde bellezza del debutto, “Get evens” è un esempio di quanto si possa fare con così poco: dall’impeto verbale di “Everybody knows” ai controtempi di “No money”, da una inaspettatamente jazzy “All you find you keep” alle squadrature di “Eventually” (dove Amy sfoggia una voce davvero notevole), fino alle ruvidezze chitarristiche di “You fell down” o al punk in sordina di “Get even”, qui non c’è una canzone che somigli all’altra. È vero che un personaggio come Ian MacKaye non ha davvero più nulla da dimostrare, ma “Get evens” lo mostra tutt’altro che pacificato (“sono a metà strada, ho quarantaquattro anni, non mi volto indietro” canta nella polemica “Dinner with the president”) e, anche con gli Evens, continua a mostrare l’altra faccia della medaglia di una città come Washington: quella orgogliosa, fiera, antagonista. E chi piange la fine dei Fugazi, e sostiene che nulla sarà come prima, farà bene ad ascoltare queste dieci canzoni. Si ricrederà.

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