SEU JORGE, Cru (Fla Flu Prod, 2004)

Gran personaggio, questo Seu Jorge. Cresciuto nelle favelas di San Paolo, metropoli affascinante quanto spaventosa, Seu impara presto cosa vuol dire sopravvivere solo con le proprie forze, dormire ogni notte in strada, rapportarsi con le terribili bande di strada. Proprio una di queste, gli ucciderà sotto gli occhi il fratello più piccolo. La fortuna di Jorge è quella di essere letteralmente raccolto da una compagnia di teatro (di strada, naturalmente), dove egli sviluppa contemporaneamente l’arte della recitazione e quella del canto.

Prima di divenire nel suo paese una vedette cinematografica grazie al ruolo ne “La città di Dio” di Fernando Meirelles (2002), Seu conosce un certo successo in ambito musicale già nella seconda metà degli anni ’90, prima con l’ensemble Farofa Carioca (mélange di samba), poi coi Placet Hemp (hip hop). Incoraggiato dal responso del pubblico, si lancia nel primo progetto solista, “Samba esporte fino”, incensato dalla critica brasiliana, album molto impegnato sul cotè sociale. La fama dell’artista passa l’Atlantico. “Cru” è prodotto da Gringo da Parada, dj francese, co-creatore e animatore della Favela Chic, locale molto cool della capitale transalpina: dalle favelas di San Paolo alla “favela” di Parigi, un cambio più che accettabile…

Registrato a Itaipava, presso Rio, l’album è stato assemblato decidendo di conservare le “take 1”, quelle più intense, emotive e spontanee. L’abbrivio di “Tive razao” è esemplare: voce profonda, vibrata, sofferta, strumentazione ridotta all’osso – cavaquinho (una sorta di ukulele) e percussioni – per una visione di un Brasile moderno che si rinnova senza mai perder di vista le stelle polari della tradizione (Jobim, de Moraes, Toquinho). Il rinnovamento brasileiro lo si rintraccia specialmente in “Mania de peitao” (synth con l’anima, un po’ alla Rica Amabis) e nella chiusura elettro-rap di “Eu sou favela”, denuncia chiara e semplice in salsa samba felpato delle inumane condizioni della gente delle favelas, e di come i sogni più grandi siano legati a una vita normale. Jorge s’impegna anche in due cover, “Chatterton” di Serge Gainsbourg, tradotta in brasiliano e di discreta riuscita, e “Don’t”, della premiata ditta Leiber/Stoller, un po’ scontata e noiosa, il momento meno felice dell’opera.

Sono piuttosto da evidenziare quei pezzi in cui Jorge è solo con la sua voce e la chitarra, dove la sensualità e l’interpretazione sono straordinariamente in primo piano. “Fiore de la città” è un capolavoro, ai cariocas piace cantare in italiano, non c’è niente da fare, e spesso vengono fuori cose inaudite come questa canzone morbida e liscia come seta, resa ancora più intima dall’accento e dalle sfasature linguistiche. Vertici altissimi vengono toccati in “Sao gonça”, “Una mujer” e soprattutto “Bola de meia”, pezzo emozionante dove il carisma dell’artista trasuda dal timbro confidenziale e cavernoso della voce, capace di far svenire molte rappresentanti del gentil sesso. Un gran bel lavoro, un artista poliedrico dal quale è lecito aspettarsi ancora di meglio, un Brasile che riesce sempre a sorprenderci, accarezzandoci: che cosa si vuole di più?

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