INTERPOL, Antics (Labels, 2004)

Quando uscì “Turn On the Bright Lights”, appena due anni fa, lo sguardo retrospettivo sulla New Wave non era ancora pratica diffusa e mania commerciale; non fu arduo per il bell’esordio degli Interpol scavare un solco profondo nell’identità musicale delle nuove generazioni. Un suono che riportava alla mente i Sonic Youth, gli Smiths, i Joy Division, e aveva la forza di ergersi nel ruolo scomodo ma gratificante di punto d’incontro. Insomma, a conti fatti qualcosa di miracoloso nel suo patchwork strutturale.

Inutile rimarcare come il mondo musicale nel quale si immette ora quest’opera seconda sia profondamente mutato, anche grazie all’esperienza Interpol: la New Wave è diventata materia da saccheggiare, rileggere, feticcio da idolatrare e (operazione ben più interessante, e dunque più rara) da stuprare e deformare. Carlos D, Daniel Kessler, Paul Banks e Samuel Fogarino vivono sulla loro pelle la difficoltà di partorire un’opera seconda, soprattutto quando si hanno gli occhi del mondo puntati addosso. Difficoltà dettata dalla consapevolezza nei propri mezzi – laddove l’irruenza e l’incoscienza possono essere armi ben più che salvifiche – e dalla voglia, questa sì palpabile, di non essere etichettati facilmente.

Non è certo un caso che l’album si apra sulle note della pacificante ballata per organo “Next Exit”, percorsa da un’indolenza ammaliante ma ben lontana dalla cupezza morbosa che pullulava nelle tracce dell’album di esordio. Appare chiaro come “Antics” sia una figura ibrida, mescolanza di intenti e stratificazione di illuminazioni, una figura ancora impossibilitata a definirsi in una forma chiara e decodificabile. Opera trasversale, capace di passare dall’ossessione tra disco e indie di “Narc” a timbriche maggiormente riconoscibili come quelle evidenziate dall’incedere avvolgente della conclusiva “A Time to Be So Small”, l’ultima fatica degli Interpol propone un suono depurato di tutte le scorie e dei feedback: se questa scelta stilistica rischia in più punti di far perdere profondità all’opera (quanto in fin dei conti prevedibile appare il pur corposo singolo “Slow Hands”), l’intero progetto sembra comunque in procinto di spostarsi verso territori più prettamente pop.

Insomma, se il difetto principale di questo “Antics” sembra quello di apparire spesso stordito e ondivago, il suo pregio è quello di non dare in pasto all’uditorio qualcosa di eccessivamente prevedibile. Il terrore di essere accusati di sorprendenti abilità nella pratica del “copia e incolla” ha infatti spinto Banks e compagnia ad aprirsi quante vie di fuga era possibile. Dando alla luce almeno un grande pezzo: “Take You On a Cruise” si muove su cadenze irregolari, indeciso, spettrale e ottundente e regala un ritornello mai banale eppure trascinante. Il resto è cibo messo in cassaforte per il futuro: per il momento ancora acerbo ma tra qualche tempo probabilmente assai gustoso. Certo è che il suono degli Interpol non ha nulla a che spartire con tutti i gruppi che vogliono risplendere grazie alle luci riaccese della New Wave. Pur nella sua imperfezione è impossibile non riconoscervi all’interno un’anima profondamente personale. Asso nella manica decisamente da non sperperare.

(Raffaele Meale)

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