PAOLO CONTE, Elegia (Warner, 2004)

Conte, finalmente! In un’intervista di qualche tempo fa l’Avvocato si diceva molto più interessato all’arrangiamento e alla revisione dei suoi vecchi standard rispetto alla composizione di nuovi, facendo presagire, dietro al baffo ironico e sornione, una senile mancanza d’ispirazione: “…s’invecchia, tutto o molto è già stato scritto…”. La realtà si è rivelata piuttosto vicina a queste parole: “Una faccia in prestito”, ultima raccolta di nuove canzoni, è datato 1995, mentre “Razmataz” (2000) mette in musica, anzi, in musical, un pluridecennale progetto contiano legato a suoi disegni dall’ispirazione anni ‘10/’20. Ben inteso, “Razmataz” contiene gioielli musicali inestimabili, ma forse la scelta dei testi in francese e inglese l’aveva tenuto un po’ distante dallo zoccolo duro dei fan.

L’uscita di “Elegia” è quindi significativa per tre buoni motivi: l’ispirazione sottilmente evocata è tornata, insieme alla ripresa dell’italiano come mezzo espressivo e, soprattutto, al ritorno a temi e atmosfere tipiche del primo Conte. Quest’ultimo fattore è quello che colpisce e interessa maggiormente, vista la piega decisamente “big orchestra jazz” che aveva caratterizzato il succitato “Una faccia in prestito” e lo straordinario “900”, per non parlare delle espressioni altamente alla Glenn Miller/Duke Ellington immesse a piene mani nelle tournée degli ultimi 15 anni.

A Conte insomma è tornata voglia di Mocambo, di aggiungere un altro tassello a quella lunga storia di un barista alle prese con una vita precaria, donne precarie, curatori fallimentari precari… “La nostalgia del Mocambo” ritira fuori quelli “del ‘73”, i tiratardi, gli “amici miei” che sembrano appartenere a un’epoca lontanissima, dove la crisi bussava già alle porte degli italiani con l’Austerity ma dove le donne e gli uomini avevano una vitalità oggi perduta, forse figlia di mille sofferenze, forse solo mito che si staglia ormai nelle nebbie del tempo.

“Elegia” è un album sobrio, di riservata malinconia, fatto di arrangiamenti finissimi, appena accennati, schizzi impressionisti che domandano di essere ascoltati più volte: decifrare per essere soggiogati dal piacere, un baratto alquanto allettante. Il tempo sembra immobilizzarsi nello straniamento scarno e rarefatto di “Chissà”, “Molto lontano”, “Sonno elefante”, perle del corpo centrale dell’opera. Qua e là spuntano strumenti quasi desueti, come il fagotto e il corno francese, i cui assolo paiono risucchiare questa immobilità per portarla in luoghi remoti, sconosciuti, non si sa, “Chissà”…

Si riascolta Conte cantare su toni alti, quasi declamatori, ai confini del fuori registro: “Sandwich man” è grottescamente sublime, ritmo sostenuto, a metà tra un “Azzurro” e una “Topolino amaranto”. Erano davvero anni che l’astigiano non produceva una canzone potenzialmente da classifica: se la cantasse Celentano non avrei dubbi sul suo successo.

Esemplari di un ritorno alle origini del cantautore piemontese sono le tracce che aprono e chiudono il disco. “Elegia” è un classico, piano e voce, qualche spruzzata di sax, un violoncello che fa da contraltare vagamente romantico alla voce rugginosa dell’interprete. “La vecchia giacca nuova” è l’episodio finale, la ciliegina sulla torta, canzone dallo svolgersi semplice e buffo, una filastrocca geniale che disegna un ritratto spietato e disincantato di come la gente veda solo quello che vuol vedere, di come si è tutti racchiusi in pochi infimi codici e di quanto sia difficile, per non dire impossibile, uscirne. I due minuti e trentaquattro secondi de “La vecchia giacca nuova” sono la somma creazione di un sarto imperiale, che con il suo vestito di parole e note evoca in un colpo solo i flaneur di Baudelaire, l’incomunicabilità espressa dalla Nouvelle Vague e da Ingmar Bergman, la feroce e tragica “Dolce vita” di Fellini.

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