PULP, Different Class (Island, 1995)

Il Brit-Pop è stato, nel suo asimmetrico sviluppo critico, uno dei simboli musicali più facilmente circoscrivibili e marcati degli anni novanta. E questo fin dalla sua stessa, indistinguibile definizione: questa crasi sloganistica che mantiene al suo interno la connotazione geografica e quella più peculiarmente sonora segnerà un solco profondo nello sviluppo successivo della musica leggera. Ma se il gossip musicale e il divismo si interesseranno particolarmente del dualismo creato dagli Oasis e dai Blur (del tutto insignificante, vista l’abnorme statura musicale sbilanciata a favore di Damon Albarn e soci), il vertice stilistico di questa corrente del pop viene raggiunto con ogni probabilità dai Pulp.

Quando la band, capitanata da Jarvis Cocker, lancia sul mercato “Different Class” è tutt’altro che sconosciuta: il suo nome circola negli ambienti musicali da più di dieci anni, e le direttive sonore sono identificabili in una ricerca ossessiva della miscela tra elementi teatrali (nei quali si riflette la forte carica interpretativa di Cocker) e atmosfere tendenti al sussurro, al singulto e all’intimismo esasperato. Nulla che sia memorabile, a conti fatti: la svolta sonora avviene con “His’n’Hers”, di un anno precedente a “Different Class”. Qui si iniziano a sentire i riferimenti al glam, e la componente teatrale assume il valore di rilettura critica e ironica (a tratti quasi goliardica) dell’ideale romantico ottocentesco.

E proprio in “Different Class” questi elementi deflagrano in tutta la loro possanza, una sorta di caduta nel Maelstrom che rigenera e distrugge: “We Just Want the Right to be Different”, questo il concetto sintetizzato nelle note di copertina, e raramente il messaggio è stato capace di arrivare con tanta chiarezza e forza all’ascolto dei brani. “Mis-Shapes”, brano deputato ad aprire la kermesse musicale, si basa su un crescendo ritmato come se si trattasse di una marcetta militare prima dell’esplosione spaziale degli strumenti che trascinano in un ritornello ansiogeno e caparbio; e proprio l’arte del ritornello, una delle più difficili da non banalizzare, trova in questo lavoro uno sfogo strabiliante. Come non ricordare il languido refrain che accompagna la sussurrante carezza di “Pencil Skirt” o quello di “Live Bed Show”?

Per il resto l’album presenta una collezione rara di pezzi imperdibili: innanzitutto “Common People”, studio certosino del crescendo musicale capace di svilupparsi su una trama leggerissima, dettata dai rintocchi del sintetizzatore che acuiscono il senso della sezione ritmica. La musica acquista frammento per frammento consistenza, rabbia, violenza, pathos e con essa acquista gli stessi valori la voce capace di passare dal recitato iniziale alla frenesia più totale, nel quale le velate ipotesi glam diventano finalmente palpabili. “I Spy” nasce in un contesto carico di pathos orchestrale che ricorda alcuni passaggi di Morricone prima che l’atmosfera sveli rimasugli anni ‘80, memorie di Brian Ferry, contrasti chitarristici, stasi narrate, una batteria ossessiva, una lingua aspra e mai accondiscendente.

Disco 2000” è l’apoteosi del pop più puro, trascinante, ballabile, estremamente seducente, con un ritornello al quale è letteralmente impossibile resistere, “F.E.E.L.I.N.G.C.A.L.L.E.D.L.O.V.E.” è il brano che sembra maggiormente staccarsi dall’ideale pop alla base del progetto per avvicinarsi alle ipotesi di reiterazione e stasi che popolano il regno sotterraneo della musica moderna e contemporanea, salvo poi dimostrare di saper ricondurre anche questa deriva sonora ad un discorso estremamente personale.

Restano da annotare “Underwear”, ovvero la perfetta messa in musica della concezione di romanticismo degli anni ‘90, e “Bar Italia” che chiude l’album ribadendo l’assoluta padronanza della melodia e dell’emotività raggiunta dalla band. Si è parlato spesso di rinascita del glam: gli unici a potersi realmente fregiare di questa intuizione sono i Pulp, e proprio per la loro capacità di non risultare mai pedissequi. All’interno della loro musica si intuiscono il languore di Bowie, l’estetismo dei Roxy Music, il cabarettismo brechtiano degli Sparks, l’epica orchestrale e la libertà linguistica proprie degli esponenti del glam, ma è impossibile non intuire come tutto questo sia in realtà riscritto in un’ottica talmente personale da risultare unica. E strabiliante.

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