CAMPER VAN BEETHOVEN, Our Beloved Revolutionary Sweetheart (Virgin, 1988)

Una buona parte della scena rock indipendente statunitense negli anni ’80 mostra un interessamento particolare per le radici del suono. Si hanno dunque le virate folk dei R.E.M., le pause country dei Replacements, i toni rurali dei Violent Femmes, nuovamente i riflessi folk nei gruppi del cosiddetto Paisley Underground (Rain Parade, Green On Red, Dream Syndicate) che rivestono il tutto con un’accattivante coperta psichedelica.

A questi gruppi si può affiancare il nome dei Camper Van Beethoven, formatisi nel 1983 a Santa Cruz, in California. Quando viene alla luce questo “Our Beloved Revolutionary Sweetheart” il loro nome circola già da qualche anno tra gli addetti ai lavori: il loro esordio “Telephone Free Landslide Victory” ha portato alla luce suoni variegati e uno stile che riprende frammenti sonori ovunque, riuscendo a mescolare rock, psichedelia, blues, garage, ska e folk. E in questo lavoro del 1988 tutti i riferimenti e le idee della band raggiungono una maturità sorprendente: ne sono la dimostrazione i due brani che aprono l’album.

“Eye of Fatima (Pt. 1)” ha la cadenza del perfetto brano pop venuto alla luce in epoca new wave, con il basso in splendida evidenza che prende definitivamente le redini della situazione sul finire del brano, mentre la “Eye of Fatima (Pt. 2)” è al crocevia tra psichedelia – e l’acidità della chitarra non lascia dubbi – e ballata. La ripresa del brano tradizionale “O Death” è l’occasione per palesare i riferimenti alle radici musicali americane, con una rilettura del country che è paragonabile, anche per il cantato caldo e recitante, agli stravolgimenti del blues attuati da Nick Cave, mentre “She Divines Water” è una gioiosa corsa folk-rock destinata a svanire nel rumore e nel caos prima di poter terminare, sana e salva, il suo tragitto.

Orientaleggianti riff su uno stuolo musicale new wave accompagnano l’incedere snervato di “Devil Song”, “One of this Days” è semplicemente un perfetto brano pop-rock, con il violino in splendida evidenza e un’accuratezza formale che fino a un paio d’anni prima sarebbe stata inimmaginabile per la band capitanata da David Lowey, “Turquoise Jewelry” è una follia che gravita a pochi passi dai Clash, “Waka” un brano folk passato attraverso le grinfie crudeli di una band hard-rock, “Change Your Mind” sa di antico, di eterno, con quella cassa metronomica e quell’aria demodé, come perdersi davanti ad uno sterminato campo di cotone in Georgia o seduto in una bettola di Nashville.

“My Path Belated” rincorre stilemi punk e li mescola al folk-pop di base, “Never Go Back” ricorda gli Byrds, con un’aria spensierata e lieve, lo strumentale “The Fool” racchiude tutto il suo senso nel titolo, musica folle, dove le direttive non giungono mai in maniera univoca, tra bassi tenebrosi e ectoplasmatici riferimenti arabeggianti della chitarra, “Tania” ha dalla sua lo struggente pathos del violino che mostra echi (quasi) mediterranei, con il ritmo che si rallenta per poi perdersi in una sarabanda sfrenata e scatenante, “Life is Grand” chiude con una ventata d’allegria l’album.

Album che, paradossalmente, segna l’inizio della fine per la band, la cui avventura si chiuderà appena un anno e mezzo dopo (e un album dopo, il buon “Key Lime Pie”), lasciando a coloro che restano sei album di ottima fattura e un nome che da solo vale una piccola, e purtroppo misconosciuta, leggenda.

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