FRANCO BATTIATO, Fleurs 3 (Sony, 2002)

Pare ormai diventato abitudine, per Franco Battiato, il confronto con le canzoni altrui. La seconda puntata del suo personale florilegio, di questo ciclo che sta assumendo l’aspetto di una vera e propria ‘antologia della memoria’ – benché, a detta del cantautore, il salto a pie’ pari di un mai nato “Fleurs 2” vorrebbe indicare la chiusura del cerchio – fa da battistrada, e si lega, al film parzialmente autobiografico che il musicista sta per realizzare, e che prenderà il titolo proprio dalla canzone di Adamo che apre il disco: “Perduto amore”. Insomma, si tratta – almeno parzialmente – di una anticipazione della colonna sonora.

Gli arrangiamenti sono quelli tipici dell’autore, senza sostanziali novità: elettronica e archi (del Nuovo Quartetto Italiano), con la collaborazione del pianista Carlo Guaitoli e dei fiati della Gabriele Comeglio Band. L’esecuzione vocale è ai ‘soliti’ livelli d’eccellenza, forse un po’ asettici, evidenziati da un fronte avanzatissimo. Delle dodici tracce, fra cui troviamo anche Bruno Lauzi (“Ritornerai” e “Se tu sapessi”) e Gino Paoli (“Il cielo in una stanza”) ne scegliamo tre su cui fare qualche osservazione.

Il ruolo di preminenza assegnato a “Perduto amore” nell’ambito della raccolta, così come dell’imminente realizzazione cinematografica, conferma l’imprevedibilità e la poliedricità delle scelte musicali di Battiato: il cantautore italo-belga – paradigma della musica ‘out’ in una divertente scena di “Radio Freccia”, in contrapposizione a “Sticky Fingers” dei Rolling, “Desire” di Dylan e “The Dark Side…” dei Pink Floyd – viene recuperato e valorizzato, assorbito, da un autore senza preclusioni, capace di riconoscere, e portare in superficie, le proprie radici musicali così come le semplici predilezioni. È questo, secondo noi, il senso più profondo di tutta l’ ‘Operazione “Fleurs’, al di là delle oscillazioni nei singoli risultati: i quali sono comunque sempre il prodotto finale di un filtraggio attraverso il setaccio del pop.

In questa chiave va interpretata anche la versione di “Impressioni di Settembre” della P.F.M. In un recente e bell’articolo apparso su L’Unità, Alberto Crespi, ponendo l’accento sull’importanza storica del brano nell’ambito progressivo italiano, giudica senz’altro più interessante la versione acustica realizzata da Francesco Renga, relegando quella di Battiato al ruolo di pedissequa, e inutile, ripetizione. Al di là del personale e rispettabile giudizio di valore, ci sembra il caso di evidenziare come Battiato abbia in realtà operato una sorta di riduzione in chiave pop, con tutti gli ingredienti a lui congeniali. L’eliminazione della lunga coda strumentale finale, un elemento poderoso e tutt’altro che accessorio nell’originale, riducendo la canzone a poco più di tre minuti, una durata standard per così dire, ci pare vada letta in questa direzione. Così come la grande attenzione interpretativa nei confronti del testo di Mogol, che nel capolavoro della P.F.M. è posto sostanzialmente in secondo piano rispetto al preponderante, e innovativo, strumentale. Per quanto riguarda poi la conservazione pari pari del celebre ritornello al sintetizzatore Moog, va detto che, oltre a costituire l’elemento portante della canzone, la sua vera novità storica (come afferma lo stesso Crespi), esso fa parte integrante dell’humus musicale di Battiato: il quale, ricordiamo, oltre ad aver partecipato – certo in modo molto personale e tangenziale – al movimento progressivo, fu uno degli apostoli del sintetizzatore in Italia nella prima metà dei settanta.

Infine penose ed esse sì veramente indecenti sono le accuse di indecenza mosse da Avvenire all’unico brano inedito dell’album, “Come un sigillo”: nulla di eccezionale, è vero – il sodalizio compositivo con Sgalambro inizia a mostrare la corda e si affaccia il già sentito – ma di qui a considerare Battiato un musicista sul viale del tramonto solo perché nomina il prepuzio e il glande corre la distanza fra il buonsenso e la boriosa incompetenza.

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