THE REPLACEMENTS, Let It Be (Twin Tone, 1984)

Senza girarci troppo intorno, quello che rende i Replacements eccitanti come pochi altri gruppi della loro generazione è che trasmettono alla perfezione la sensazione di essere giovane e avere ancora tutto da buttare via. E infatti nei loro dischi sembra essere concentrato tutto quel mondo di illusioni, sbronze e sogni che sono poi l’essenza del rock’n’roll.

Nascono a Minneapolis nei primi anni ’80, la stessa città in cui stanno emergendo gli Husker Du. Un posto dove domina il freddo e, forse proprio per questo, i ragazzi non possono fare niente altro di meglio che chiudersi in cantina e suonare. Da qui escono i Replacements. Sono in quattro: Paul Westerberg, che suona la chitarra, canta e compone gran parte delle canzoni, i due fratelli Stinton, Bob alla chitarra e Tom al basso, e Chris Mars alla batteria.

Suonano rock’n’roll, ma rivisto con la ruvidità del punk. E i frutti migliori della loro musica arrivano in dischi come questo “Let It Be”, l’ultimo per l’etichetta indipendente Twin Tone, o come il successivo “Tim”, in cui si avverte sia l’urgenza degli inizi che una scrittura che attinge al meglio della tradizione americana. Non a caso provate ad ascoltare “We’re Coming Out”, che ha la stessa partenza hardcore dei concittadini Husker Du, salvo poi andare a rifugiarsi in una cadenza smorzata
quasi jazz. Ma anche “Gary’s Got a Boner” è una sgangherata rivisitazione punk di un brano rock’n’roll e “Favorite Thing” brucia di un’energia incontrollabile e di una melodia deliziosa. Si avverte sempre nei loro dischi un’urgenza espressiva fuori dal comune, un bisogno di suonare che va oltre la capacità tecnica.

Così riprendono la tradizione americana e la aggiornano con la loro irruenza, con il loro istinto e la loro onestà, inanellando una intensissima cover dei Kiss, “Black Diamond”, un delizioso momento acustico intitolato “Sixteen Blue” e un brano che pare strappato al Bowie di “Hunky Dory”, “Androgynous”, delicato racconto di ambiguità sessuale in cui Westerberg si accompagna solo al piano. Un artista che dimostra un talento cristallino che ne fa uno dei migliori autori di canzoni della sua generazione. Dalla sua vena creativa e dall’indolenza della sua voce nasce ad esempio la dolcezza sgraziata di “Unsatisfied”, una ballata mozzafiato pressoché acustica, che racconta di quanto amara possa essere l’adolescenza. Giusto all’inizio sta invece “I Will Dare”, piccolo gioiello chitarristico anni ’60 a cui partecipa anche Peter Buck dei R.E.M.. Una melodia solare e un ritmo incisivo che guardano ai Big Stars di Alex Chilton, il musicista a cui Westerberg dedicherà qualche anno dopo uno dei suoi brani più belli, intitolandolo appunto “Alex Chilton”.

Dopo “Let It Be” i Replacements firmarono per la Sire e per qualche tempo sembrarono sul punto di esplodere e conquistare quel successo che invece arriverà, ad esempio, per i R.E.M.. Per qualche strano motivo non ce la faranno mai, ma certo non è stato il talento a fargli difetto. Riascoltare queste canzoni oggi dà ancora i brividi.

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