CRISTINA DONA’, Tregua (Mescal, 1997)

E’ difficile, una volta terminati i 38 minuti del debutto di Cristina Donà, non rimanere a bocca aperta. Già fattasi notare con il terzo posto al Premio Ciampi e con una bellissima canzone per voce e piano all’interno di quel disco bizzarro che era “Matrilineare” del defunto C.P.I., questo esordio arriva a confermare promesse e a sbalordire i pochi che lo hanno scoperto.

Non sono semplici canzoni, queste: sono quadri, acquerelli che rappresentano i paesaggi emozionali di una donna che non ha paura di mettersi a nudo. Sono immagini ora drammatiche, ora livide, ora catartiche. Se proprio si vuole indugiare nello sterile giochino dei paragoni, possono essere chiamati in causa l’adorato (da me, da Cristina, e spero anche da voi) Jeff Buckley, la prima PJ Harvey, Ani Di Franco, i Nirvana (se non altro per la title-track dedicata a Kurt Cobain), Patti Smith e moltissimi altri, ma nessuno di questi nomi è in grado di spiegare bene la musica di questo disco.

Si parte con la veemente “Ho sempre me”: chitarre distorte a graffiare, una voce sottile ma sicura, gli archi che creano un ritornello dolcissimo, un testo che non racconta storie, ma che preferisce evocare immagini. Da lì in poi le atmosfere si fanno più quiete, ma non meno intense: “L’aridità dell’aria”, la sua prima canzone, sorprende per la voce bellissima e per il tremolio drammatico della chitarra; “Stelle buone” è una canzone d’amore, due corpi intrecciati che la luce del giorno dovrà separare; “Labirinto” sembra evocare un viaggio narcolettico in un tunnel pieno di fumo; “Raso e chiome bionde” lascia a bocca aperta per la voce, altissima e completamente padrona di sé; “Le solite cose” e le sue immagini di apatia sono disturbate da un bellissimo violoncello distorto; “Piccola faccia”, ispirata a Patti Smith, è una carezza dolcissima, uno dei momenti più alti e ad un tempo meno appariscenti del disco.

Tocca ora a due canzoni in cui le distorsioni si fanno nuovamente sentire: “Senza disturbare” è l’istantanea minimale di un rivoltante colloquio di lavoro, con un grande assolo di Manuel Agnelli (che produce il disco) a scaraventare sull’ascoltatore tutta la rabbia; “Ogni sera” è invece l’unica nota stonata del disco, dove probabilmente Agnelli si è fatto un po’ prendere la mano. Il problema non si pone, però: il disco volge al termine, e Cristina decide di chiuderlo alla grande: “Risalendo” è incantevole, un organo a sostenere la chitarra e un testo che decide di farsi poesia. “Tregua” e la sua dedica a Kurt Cobain non è da meno: dipinge immagini stupefacenti e le adagia morbide su percussioni orientaleggianti e inserti noise. “Troppe anime perse perché io le segua/ datemi un po’ di tregua”. Come si fa a non adorare un disco del genere? Grazie, Cri.

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