PREMIATA FORNERIA MARCONI, Storia di un minuto (RCA, 1972)

Ecco l’importante e famoso esordio della P.F.M. Usiamo fin d’ora e di proposito la sigla di abbreviazione del nome, giacché non è vero, come può capitare di leggere, che esso venga adottato solo a partire dal ’73, quando il gruppo italiano viene notato e scritturato dalla Manticore, etichetta discografica di Emerson Lake & Palmer. Indubbiamente da quel momento la sigla fu maggiormente utilizzata, sia perché facilitava la pronuncia al pubblico estero sia perché risultava tipologicamente simile, e dunque ricordava da vicino, quella della conosciutissima band progressiva britannica (ELP), punta di diamante della casa discografica. Tuttavia è sufficiente dare un’occhiata nemmeno tanto meticolosa alla bella copertina di questo disco, vagamente surreal-metafisica e ‘dechirichiana’ (scusate lo scioglilingua), per notare in basso tre grandi lettere bianche sdraiate per terra: PFM.

Dopo la premessa veniamo al sodo. Già attivi come sessionmen, il chitarrista Franco Mussida, il tastierista Flavio Premoli, il bassista Giorgio Piazza e il batterista Franz Di Cioccio formano, alla fine degli anni sessanta, i Quelli. All’inizio del nuovo decennio, in epoca di pieno fermento progressivo, si aggiunge Mauro Pagani, fiatista e violinista. Il quintetto – mutato il nome – si orienta, come altre formazioni italiane contemporanee, verso la nuova e più complessa musica che viene dalla Gran Bretagna. Il primo frutto della nuova compagine non solo è già pienamente maturo, complice l’esperienza accumulata in precedenza e il lungo rodaggio, ma è generalmente considerato il capolavoro della Forneria e opera cardine del progressive italiano.

Tutto vero, purché si tenga presente che “Storia di un Minuto” non fu solo nel diffondere il nuovo stile: nel medesimo anno apparvero diverse opere italiane definibili come progressive o pienamente tali. Ad esempio l’omonimo album del Banco del Mutuo Soccorso, altra pietra miliare nostrana (e non solo). Inoltre qualche accenno di progressive si era avuto anche nei due anni precedenti. Ciò nulla toglie al valore di quest’album. L’abilità compositiva di Mussida e Pagani, autori di tutte le tracce, presenta più di un motivo di interesse e viene a costituire una autonoma interpretazione, e dunque un tassello indipendente, del progressive-rock. Su trame sonore prevalentemente orientate verso i modelli britannici, la P. F. M. innesta elementi e influssi musicali mediterranei. E’ dunque sbagliato, secondo noi, contrapporre radicalmente la Forneria al Banco del Mutuo Soccorso, considerando la prima una formazione pedissequamente esterofila e la seconda invece come dotata di maggiore autonomia e personalità. La realtà è come sempre molto più sfumata: se nel complesso il Banco lascia un segno più profondo, a nostro parere, nella storia del progressive, è anche vero che non mancano in quella band i richiami ‘esterni’: ed è ovvio e fisiologico che sia così. Il grande Bach studiava le opere del contemporaneo e poco più vecchio Vivaldi.

Perbacco sarà meglio deciderci a parlare del disco! Innanzitutto consigliamo a chi gli si accosta per la prima volta, magari dopo aver fatto scorpacciate di progressive d’oltremanica, di non dare giudizi frettolosi. Ce ne siamo accorti sulla nostra pelle: si tratta di un’opera che va lasciata sedimentare a lungo nella propria memoria musicale, con ascolti preferibilmente distribuiti nel tempo e non reiterati in successione. Il secondo consiglio è questo: cercate di non concentrarvi troppo sui testi: per chi è abituato più che altro all’inglese l’italiano costituisce una trappola, poiché si tende a prestare maggiore attenzione al significato delle liriche e, di conseguenza, a trovare difetti, carenze e banalità che magari in altri casi non notiamo affatto.

Seguendo queste semplici precauzioni si arriverà a godere lo stile di questa prima P.F.M., più ricco di sfumature di quel che si possa superficialmente pensare e tutt’altro che ingenuo o semplicistico. Lo strumentale, grazie all’ottima preparazione dei musicisti, unisce bene il grande virtuosismo al solitario e cesellato accordo di chitarra, il forte grintoso al piano ricco di pathos, il suono rock a quello di matrice classica, il ritmo veloce a quello più solenne, l’acustico all’elettrico. Non attendetevi però strabiliante complessità e architetture magniloquenti. In definitiva “Storia di un Minuto” è un’opera sottile, e forse proprio per questo, paradossalmente, necessita di un certo tempo per essere apprezzata davvero da chi si è nutrito di gruppi come Yes, Genesis ed altri. Ma la semplicità, gli arrangiamenti lineari e privi di ridondanza e pomposità, unitamente all’attenzione per il piccolo dettaglio, cosituiscono il suo pregio più grande, ciò che la rende peculiare. Persino il difetto per eccellenza della Forneria, vale a dire la mancanza di una voce solista di ruolo, viene qui sublimato in una superiore armonia dell’insieme. Una volta compreso tutto questo sorseggerete con piacere quanto vi viene offerto.

Apre una breve ma incisiva “Introduzione” corale in crescendo sonoro che prelude al primo vero brano, “Impressioni di settembre”, uno dei pezzi forti del repertorio, su testo – riconoscibilissimo come tale – di Mogol (nella cui scuderia, la Numero Uno, operava la P. F. M.), dotato di un epico ritornello al sintetizzatore e di un ottimo finale con delicato vocalizzo corale ancora una volta in crescendo. Segue “È festa”, pezzo rappresentativo quant’altri mai della cifra stilistica e dell’ispirazione della band: una sorta di scatenato e trascinante saltarello in versione progressive, quasi interamente strumentale e di notevole impegno tecnico (e devastante impatto live), impreziosito da inserti di ottavino, flauto (suonati da Pagani) e clavicembalo. Occupa la quarta e la quinta traccia il dittico di “Dove… quando…”.

La prima parte, cantata, costituisce l’apice classico e il centro nevralgico dell’album: una fiaba dolcissima e delicata, introdotta dall’arcano mellotron di Premoli e accompagnata, con accenti di raffinatezza rinascimentale, da flauto, chitarre acustiche, mandoloncello (uno dei fratelli maggiori del mandolino, della famiglia dei liuti) e clavicembalo. Il tenue e intimistico canto, collettivo come quasi ovunque in “Storia di un Minuto”, sopperisce adeguatamente alla già rilevata carenza vocale del gruppo e si adatta molto bene alla musica; anche il testo, nella sua vaghezza impalpabile e priva di riferimenti spazio-temporali, non sfigura.

La parte seconda è invece una sorta di autonoma coda strumentale che, dopo lunga meditazione, non esitiamo più a definire magistrale. Composta di tre sezioni si lega alla parte prima in modo assai naturale e immediato grazie all’organo di Premoli che ne riprende brevemente il tema principale. L’intenso violino di Pagani, un impeccabile pianoforte che si esibisce in un assolo possente e di riferimento assoluto in ambito progressivo, gli ottimi cambi di ritmo di Di Cioccio, completano il quadro della prima sezione, quella più aggressiva. Il tutto si stempera nel disteso lirismo della seconda sezione, dove il piano fa da sfondo ad una splendida e struggente frase musicale di violoncello (riprodotto elettronicamente), ripetuta in crescendo.

La terza sezione è quella di struttura più improvvisata, quasi jazzistica: essa sbocca senza soluzione di continuità nel brano successivo, anticipandone – ma occorre molta attenzione per coglierlo – il tema strumentale finale. Canzone composita dalla struttura tipicamente progressiva è “La carrozza di Hans”: potremmo scherzosamente definirla la “Firth of Fifth” della P. F. M. Il cantato è interamente concentrato nella prima parte, dove all’inizio imperioso fa sèguito una virata verso toni più leggeri e solari. La parte centrale è invece interamente occupata da un coraggioso, lungo assolo di chitarra acustica, raccolto e meditativo: l’opposto del grandioso assolo di Steve Hackett nel capolavoro genesisiano. Ma sono le due facce di un’unica affascinante medaglia. La chitarra lascia poi il campo ad uno strumentale più mosso che scivola verso il finale che, con composizione ad anello, riprende il vigoroso tema iniziale, variandolo grazie al violino di Pagani, qui veramente epocale nel suo intervento semplice, anzi semplicissimo – un pezzo di scala cromatica -, ma carico di tensione esplosiva.

Chiusura degna di quanto precede è “Grazie davvero”, forse la traccia di più difficile comprensione. La sezione vocale è, come sempre, piuttosto volatile, ma compensata e sostenuta da una composizione strumentale assai originale e per più versi ardita, dominata dalla sorprendente fanfara di ottoni (al mellotron) e sempre mutevole nel ritmo.
Buon ascolto.

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