GOLDFRAPP, Felt Mountain (Mute A.D.A., 2000)

L’autunno porta con sé frutti dai colori tenui e soavemente malinconici. Così è “Felt Mountain”, il nuovo album dei Goldfrapp, arrivato con i primi freddi e con le prime voglie di musica intimistica, lontana dagli strombazzamenti dell’estate. Il disco è composto da delicati paesaggi sonori, su cui mollemente si appoggia la voce di Allison Goldfrapp, cantante, tastierista, compositrice.

“Felt Mountain” si apre con il singolo “Lovely Head” (famoso in Italia per essere stato utilizzato come colonna sonora dello spot di una nota casa automobilistica tedesca). Per una volta tanto, il singolo di lancio rappresenta anche (a mio modestissimo parere) il brano più bello del disco; quella dolce melodia fischiata proveniente da lontano, quelle armonie stralunate che confondono e stupiscono, una chitarra urlante stravolta all’inverosimile che si adagia su dense nubi di archi. Un brano intenso e delicato allo stesso tempo, destinato forse a diventare suo malgrado un tormentone mediatico.

Il resto del disco si snoda su brani più o meno riusciti. E qui le influenze cominciano a farsi sentire più pesanti. Portishead è il primo nome che mi viene alla mente, ma forse è solo suggestione. Pezzi come “Human” o “Horse Tears” si rifanno a quelle sonorità anni ’60, atmosfere da spy story e da grandi jazz band; e infatti la nostra Allison si diverte qui e in altri brani a fare la Shirley Bassey, purtroppo con risultati non sempre dei più felici; alla fine del disco il ricordo che ne rimane è quello di una scoraggiante monotonia.

Ma il disco, lo ripetiamo, nasconde vari e interessanti anfratti musicali da esplorare. Ciò che più piace è il perfetto equilibrio raggiunto tra gli strumenti acustici (archi, fiati) e i rispettosi interventi elettronici, mai pesanti ed invadenti (pensiamo alla title-track, o alla marcetta alla Nino Rota di “Oompa Radar”), che contribuiscono anzi a creare spazi ancora più ampi. Verso la fine del disco, incappiamo in “Utopia”, altro singolo tratto da “Felt Mountain”, certamente il brano meno “bucolico” proveniente dall’ultimo lavoro del duo inglese. Non pienamente convinti da episodi di questo tipo, preferiamo tornare agli altri “frutti di stagione”, in cui ci si può abbandonare liberamente ad una piacevole e sana malinconia.

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