YES, Close To The Edge (Atlantic, 1972)

Comunemente considerato “l’album” per eccellenza degli Yes, nello stesso anno di “Fragile” e, ricordiamolo, di “Foxtrot” dei Genesis, esso porta a perfezione le loro caratteristiche e li assegna definitivamente alla categoria dei grandi. Qualcuno scomoda la definizione di pop sinfonico, espressione di rara bestialità: cosa significa “sinfonico” nel caso della musica leggera? La musica degli Yes ha una personalità ben precisa che non ha bisogno di generiche e superficiali categorizzazioni, che creino artificiose dipendenze da altri generi musicali. Vocalità tersa, architetture sonore pulite e grandiose, strumentale di tecnica vertiginosa: tutto questo è “Close to the Edge”, suite di circa 18 minuti che apre il disco e che occupa, o meglio occupava, l’intero lato A. Suoni di sentore bucolico, cinguettii e gocciolare d’acqua: così si comincia. Poi il resto viene con naturalezza impressionante. Il brano risulta diviso in quattro parti, ma non ci si fa caso; tale è l’omogeneità e la coesione complessiva, la consequenzialità. Musica scintillante, dove non sapremmo quale elemento segnalare con più evidenza: sorvolando per comodità sui tecnicismi di Bill Bruford alla batteria o sulla “solita” abilità di Howe e Squire, merita di essere segnalato l’uso del timbro d’organo da parte di Wakeman il quale, nel complesso, lascia un’impronta più evidente qui che in “Fragile”. Epocale il finale della suite con Anderson a livelli celestiali: l’imponenza sonora si smorza infine nella medesima delicatezza da cui era sorta. E’ un piacere, per gli amanti del progressive, confrontare tra di loro suites come questa, “Supper’s Ready” dei Genesis e “Il Giardino del Mago” del Banco del Mutuo Soccorso, tutte e tre dello stesso anno. Anche “And You and I” è divisa in quattro parti, ma vale per essa, rafforzata, l’osservazione già fatta per “Close…”: non ci sono variazioni assai rilevanti di tema o di ritmo. E’ un pezzo che si basa sostanzialmente sul dualismo fra chitarra acustica, nei passaggi più delicati, e tastiere, in quelli più grandiosi. Ma è “Siberian Khatru”, che chiude l’album, l’autentica firma apposta in calce al manifesto del “Yes-pensiero”; uno dei loro brani più rappresentativi: assai mosso, dallo splendore sonoro abbagliante, quasi ipertrofico, in cui le tastiere si fondono mirabilmente con la sezione ritmica, sfoderando persino un timbro di clavicembalo. Non chiedeteci tuttavia di sbilanciarci ad affermare categoricamente che “Close to the Edge” è il miglior disco degli Yes: simili dichiarazioni perentorie non sono nelle nostre corde. Concludendo: se, per fare i diavoletti, volessimo proprio trovare un difetto al gruppo inglese, lo si potrebbe rintracciare in una certa monotonia della sezione vocale: l’estrema bravura di Jon Anderson trova un limite nella mancanza di varietà timbrica.
Dimenticavo: la copertina di Roger Dean, che gioca sulle tonalità del verde, è meno fantasiosa che in altre occasioni, ma molto elegante.

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