Share This Article
L’umanità della macchina
Nel film Prometheus di Ridley Scott, a un certo punto l’androide chiede perché gli esseri umani abbiano creato i robot, e la risposta è semplice e un po’ arrogante: “Perché siamo stati capaci di farlo”. L’ultimo album di Apparat, il suo sesto, sembra sviluppare proprio questo concetto: per dare forma a una musica elettronica moderna non basta la padronanza tecnica del genere, serve la capacità di renderla vitale, così come per rendere un robot una replica sensata dell’uomo occorre(rà) molta umanità e forse della materia organica.
Tra pianoforte e synth
Se nel progetto Moderat si è dedicato a una produzione più matematica, Apparat ci ha già invece abituato, nei suoi lavori solisti precedenti, a questa fusione tra programmazione e sentimento, ma qui sembra raggiungere uno dei suoi punti più alti. I beat non sono mai freddi o puramente funzionali: respirano, ondeggiano, nascono come sfrigolii di pianoforte che emergono dalla trama digitale mentre la forza dei campionatori costruisce architetture sonore precise. È una musica che non si capisce se nasce davanti a un pianoforte o a un synth, perché potrebbe essere sia l’uno che l’altro: in ogni caso il risultato finale è una combinazione dei due stati, o meglio un passare attraverso a un respiro vitale e uno sintetico senza soluzione di continuità.
Anche il cantato contribuisce a questa sensazione di fragile umanità. La voce di Apparat conserva sempre una malinconia trattenuta che può ricordare, per indole più che per imitazione, una sorta di cugino di Thom Yorke: stessa tensione emotiva, stessa capacità di aprirsi a linee melodiche luminose senza mai scivolare nel facile o nel prevedibile. Le canzoni si muovono così su un equilibrio sottile tra intimità e costruzione sonora, tra evocazione e ritmi più incalzanti.
Reminiscenze con un linguaggio personale
C’è inoltre una cura quasi maniacale nei dettagli ma senza che ci sia una ridondanza degli stessi, una classe che si percepisce nella scelta dei suoni che, in alcuni passaggi (il finale della titletrack “Hum Of Humble”), richiamano la raffinatezza pop dei Tears for Fears di Seeds Of Love o di Chet Faker, mentre le melodie si incasellano sul solco di un Peter Gabriel “impazzito” (“Lunes”) o di certe cose degli Unbelievable Truth (“A Slow Collision”). Ma forse tutti questi riferimenti sono ultronei, perché Apparat è Apparat, e al sesto album ha sviluppato un linguaggio tutto suo.
A Hum of Maybe è un album che usa la tecnologia proprio nel modo giusto, cioè come strumento e non come fine. Ed è forse questa la vera risposta alla domanda di David in Prometheus: per creare questo tipo di musica bisogna essere capaci di farlo, ma di non attribuirsene il merito. Ci vuole umiltà, soprattutto, un atteggiamento di saggezza umana.
75/100
(Paolo Bardelli)

