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La band australiana torna con un nuovo album, “Pursuit of Anything”, in uscita il 2 ottobre. Abbiamo incontrato i Vacations per parlare del nuovo disco, ma anche di crescita, cambiamenti, distanza e ricerca della felicità.
[Qui l’intervista in inglese.]Pursuit of Anything fotografa i Vacations in un momento di svolta. il frontman della band, Campbell Burns, riflette sull’esperienza disorientante e spesso contraddittoria del diventare adulti, ripercorrendo il proprio viaggio da Newcastle (Australia), a Los Angeles e New York, sospeso tra l’ambizione personale e le vite di tutti i giorni che continuano a scorrere nella sua città d’origine. Scritto dalla band e prodotto dallo stesso Burns, l’album mostra i Vacations in una fase di piena maturità creativa. Burns trae costantemente ispirazione dalle vite e dai punti di vista dei suoi colleghi, osservando come ognuno stia percorrendo una strada diversa e, allo stesso tempo, condivida con gli altri un’esperienza comune: quella di inseguire, ciascuno a modo proprio, la propria “pursuit”.
I Vacations sono una band abituata a infrangere record: tour mondiali sold out, singoli certificati doppio platino e oltre 3,7 miliardi di stream. Abbiamo avuto dieci minuti per parlare con loro di musica, emozioni, legami, fasi della vita e luoghi del cuore.
Ciao ragazzi! Grazie per il vostro tempo. Come state? So che avete appena concluso un lungo tour mondiale tutto esaurito. Com’è andata?
È stato estenuante, ma anche molto appagante. Il tour è durato circa due mesi e, per via dell’itinerario, abbiamo dovuto prendere moltissimi aerei. Ciò voleva dire trascorrere un sacco di tempo negli aeroporti, passare i controlli di sicurezza e la dogana, aspettare i bagagli. A un certo punto ogni giornata ha iniziato a essere uguale alle altre, mentre noi eravamo sempre più stanchi per i continui cambi di fuso orario e per la corsa verso la venue del concerto subito dopo l’atterraggio. In futuro eviterei di mettere più continenti consecutivi nello stesso tour. Non credo che abbia influito sulle nostre performance, avremmo dato tutto comunque, ma siamo arrivati vicini al limite. Detto questo, gli show sono stati fantastici ed è stato bellissimo incontrare fan provenienti da ogni parte del mondo. Insomma, il classico problema del tipo: “Oh no, la mia bistecca è troppo succosa e il mio astice troppo burroso”, capisci?
Parlando di distanze, il vostro nuovo album, “Pursuit of Anything”, in uscita il 2 ottobre, è stato scritto tra gli Stati Uniti e l’Australia: Campbell a Los Angeles e Brooklyn, mentre il resto della band era a Newcastle, nel New South Wales. Com’è stato scrivere nuove canzoni con i membri della band sparsi dall’altra parte del mondo? Eppure, ascoltando il disco, sembra che siate riusciti a mantenere una grande sintonia.
Lo avevamo già fatto con No Place Like Home, quindi, a dire il vero, non è così folle come potrebbe sembrare. Io scrivo comunque gran parte dello scheletro di una canzone, quindi quasi ogni elemento è già abbozzato ed esiste prima ancora che la demo venga fatta ascoltare agli altri. Da lì possiamo lavorarci sopra e perfezionarla quando siamo in studio. Alcune parti cambiano, altre rimangono esattamente come erano.
“Pursuit of Anything” nasce dalle vostre esperienze personali e dal raggiungimento dei trent’anni, che potremmo considerare la fine della cosiddetta “post-adolescenza”, con tutti i cambiamenti e le decisioni che l’età adulta porta con sé. Guardando alle vostre vite fino a questo momento, quali conclusioni avete tratto? Se poteste tornare indietro, cosa cambiereste e cosa invece lascereste esattamente com’è?
Ci ho pensato, ma alla fine non credo che cambierei nulla. So che, se lo facessi, finirei per trovare altre cose che vorrei cambiare, perché non potrei prevedere tutte le conseguenze. Credo che questo finirebbe per togliere il senso stesso della vita.
Una domanda per Campbell: com’è trasferirsi lontano da casa in maniera più o meno permanente? Siete tutti insieme per mesi durante il tour, quindi immagino che siate abituati a stare lontani da casa. Ma quanto cambia la vostra scrittura e la vostra ispirazione quando viene meno un punto di riferimento così importante, come la propria casa o la propria città? E quanto pensi che sentimenti ed emozioni possano cambiare quando ci troviamo in un luogo più o meno lontano da quello da cui proveniamo e siamo abituati a stare?
Trovi una nuova casa e, insieme a quella, trovi nuovi significati. Credo che sia un processo bellissimo e necessario, se vuoi davvero crescere come persona. La mia città natale è così diversa rispetto a quella in cui sono cresciuto che ormai non è più la stessa città. E va bene così. Ora vivo a New York e mi piace moltissimo stare qui.

“Pursuit of Anything” è stato prodotto da Campbell(complimenti!) e mixato da Beatriz Artola, che ha un curriculum davvero impressionante e ha appena collaborato con i Geese per il loro album “Getting Killed”. Cercavate proprio quel tipo di ispirazione per il vostro sound?
Non proprio. Beatriz ci è stata consigliata dal nostro A&R. Le abbiamo mandato due canzoni completamente diverse tra loro, Last Call e I See Myself in You, e quando abbiamo ricevuto i primi test mix abbiamo capito subito che sarebbe stata la persona perfetta per occuparsi del disco. Sono contento che qualcuno ce l’abbia consigliata, perché alla fine è diventata una mentore e un’amica. Passavamo intere giornate nel suo studio di Brooklyn, lavorando insieme sui mix e provando idee diverse. Beatriz si occupava dell’aspetto tecnico, mentre io le suggerivo alcune idee creative, soprattutto per quanto riguardava riverberi e delay. Una volta capito cosa volevo ottenere, lei riusciva a sviluppare ulteriormente l’idea e a perfezionarla. Mi sembra che tra noi si sia creato molto rapidamente un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca. Non mi ero mai divertito così tanto durante la fase di mixaggio.
Il titolo del vostro nuovo album parla di “felicità come un circolo vizioso”, ovvero del modo in cui continuiamo a inseguire la cosa successiva. Ma se non aveste inseguito tutte le vostre “cose successive”, probabilmente oggi non saremmo qui a parlare. In questo senso, può essere visto anche come qualcosa di positivo. Cosa ne pensi? Credo che possiate essere felici di ciò che avete realizzato.
Grazie. Cerco di ricordarmelo. Penso che, se non facessi musica, probabilmente sarei un fotografo o un giardiniere.
Per concludere, non mi resta che ringraziarvi ancora e augurarvi tanta buona musica! Volete salutare i vostri fan italiani e i lettori di Kalporz? Vi vedremo in Italia con il prossimo tour?
Mi piacerebbe! Spero che riusciremo a venire in Italia durante il nostro prossimo tour europeo, perché l’ultima volta che siamo stati in Italia è stato nel 2019.

