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Una settimana fa circa ero con un codice in mano, collegato a un sito per cinque ore, sperando di riuscire a comprare un biglietto per gli Oasis a Roma. Ovviamente non ci sono riuscito. Qualche giorno dopo Marco Mengoni ha annunciato una residency a Milano: concerti con band, cori, fiati, cover, ospiti, una produzione importante, prezzi alti e posti limitati. Due episodi molto diversi che hanno però alimentato lo stesso dibattito su che cosa è diventata la musica dal vivo e, soprattutto, come vogliamo viverla oggi. Visual, outfit, luci, palchi enormi, produzioni mastodontiche. Tutto contribuisce all’esperienza e tutto finisce inevitabilmente per incidere sul prezzo e sulla fruibilità di un concerto. Nel marasma e nel buzz generato da queste discussioni, provare a incasellare il live di Courtney Barnett diventa quasi un gioco.
Sul palco sono in tre. Quattro neon alle spalle e una mantide religiosa enorme sullo sfondo. Stop.Maglietta nera, mullet, nessun effetto scenico. L’unico lusso concesso è il continuo cambio di chitarra tra un brano e l’altro. Per il resto, niente. Un rasoio di Occam applicato perfettamente alla musica dal vivo: se qualcosa non serve, semplicemente non c’è. Il tour si chiama Creature of Habit Tour, come il suo ultimo album, e Milano ne inaugura la tranche europea dopo le numerose date americane. Creature of Habit è il quarto album in studio di Courtney Barnett e il primo album di inediti dopo Things Take Time, Take Time del 2021. Arriva dopo una lunga pausa e una serie di cambiamenti personali e professionali, dal trasferimento da Melbourne alla California alla chiusura di Milk! Records.
L’insicurezza, il cambiamento, il tentativo di stare nel presente, la paura di rimanere incastrati dentro i propri schemi: sono questi alcuni dei temi che attraversano il disco e che sul palco diventano ancora più evidenti.
Il mondo di Courtney Barnett funziona così da sempre. Un attacco d’asma mentre fa giardinaggio. Una visita a una casa in periferia. Un prato tagliato male. La voglia di non andare a una festa. Una lista di cose da aspettare quando non si riesce a trovarne nemmeno una. Scene talmente semplici che raccontarle a un amico sembrerebbe quasi strano. Barnett invece le mette in musica, le ingrandisce e riesce a costruirci attorno dubbi esistenziali, ansie e piccole epifanie quotidiane.
Il concerto comincia puntuale con Stay In Your Lane, titolo quasi ironico considerando quanti cambi di corsia hanno caratterizzato gli ultimi anni della sua vita. E già nelle prime canzoni si vede praticamente tutto ciò che costituisce l’essenza del suo progetto musicale. Chitarre piene di riverbero, assoli finali accompagnati dall’headbanging, accelerazioni improvvise e momenti molto più dilatati, mentre sopra rimane quella voce immediatamente riconoscibile.
Il modo di cantare di Courtney Barnett è forse la perfetta trasposizione emotiva delle sue canzoni. Uno spoken che può diventare urlo e un attimo dopo quasi sussurro, apparentemente distaccato ma perfettamente aderente al modo in cui Barnett scrive le proprie canzoni. Small Poppies dal vivo acquista ancora più peso. La chitarra all’inizio è languida, quasi sospesa, poi progressivamente si sporca e diventa più aggressiva. È uno di quei pezzi che sul palco sembrano trovare una dimensione ulteriore rispetto al disco.
Mantis – protagonista anche della copertina dell’album – porta invece con sé quel ritmo scanzonato e quei cori nel ritornello che sembrano incastrarsi con una specie di malinconia da fine estate. Una sottolineatura va anche a Need a Little Time e Depreston, costruite su dinamiche più classiche e lineari, ma senza mai trasformarsi in una citazione o in un esercizio di stile. La parte immediatamente precedente all’encore perde invece leggermente intensità. Alcuni brani prendono una direzione più pop e folk e, pur funzionando, sembrano smussare proprio quelle asperità che rendono Courtney Barnett un’artista così riconoscibile. Dopo la doverosa pausa, il ritorno è affidato a Mostly Patient, eseguita da sola, chitarra e voce, con un pubblico in religioso silenzio. Anche qui niente acustica, come ci si potrebbe aspettare in un momento tipicamente unplugged, ma ancora una volta una chitarra elettrica.
Il finale invece cambia completamente temperatura. Pedestrian at Best e Nobody Really Cares If You Don’t Go to the Party tirano fuori la versione più ruvida e sporca della cantautrice australiana e fanno partire il pogo di fine concerto.
È quasi la rivelazione del lato più istintivo di Courtney Barnett, una piccola scarica di rabbia e rock che decide solamente di sfiorare e che rende ancora più completo il viaggio musicale della serata.
Alla fine il concerto sembra quasi un piccolo bignami della chitarra elettrica. Dentro c’è il folk, il pop, il classic rock, il punk. Molto simile al suo gemello musicale Kurt Vile, sia come stile di concerto sia come visione e modalità di vivere la musica. In alcuni momenti sembra di passare idealmente da Neil Young agli Amyl and the Sniffers nel giro di pochi brani. Courtney Barnett, con la sua voce e una chitarra in mano, riesce ad attraversare tutti questi mondi con una semplicità quasi disarmante, senza sembrare mai fuori posto.
Ed è forse questo il punto. Per più di un’ora e mezza non c’è praticamente nient’altro di necessario. Vedere i Magazzini Generali pieni per accogliere un tipo di musica e di spettacolo così distante dal linguaggio dominante dei grandi live contemporanei è già qualcosa di significativo. Niente visual monumentali. Niente cambi d’abito. Niente palco che si apre in due. Niente momenti costruiti per diventare una story.
Forse allora Nobody Really Cares If You Don’t Go to the Party diventa anche la risposta perfetta a tutta la discussione iniziale. Una risposta a un’idea di concerto in cui esserci rischia, a volte, di diventare più importante del motivo per cui si è scelto di esserci. Courtney Barnett sembra ricordarci esattamente il contrario. Che puoi togliere quasi tutto. E che, se rimane abbastanza musica, può bastare.

